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Pensare le parole: il pensiero alfabetico

La forma grafica delle parole


1.2 pensare le parole: il pensiero alfabetico
Progressione dei codici linguistici.
Conoscere una parola può voler dire molte cose: il saperne distinguere e riprodurre il suono — la pronuncia per essere precisi —, ma anche il riconoscerne e ricrearne l’espressione non sonora — la scrittura nelle sue varie forme e codifiche: grafiche, visive, e in alcuni casi tattili —, ed ancora il padroneggiarne gli usi ed i significati, che spesso si trovano distinti o sfumati nei diversi contesti in cui si colloca; infine, e con non minor valenza, averne un’associazione evocativa, in termini di immagini, stati emotivi o sensoriali.

L’imparare le parole, e per estensione la lingua, è un processo che inizia nel bimbo fin dai primi mesi dopo la nascita, e poi prosegue per tutta la vita: un apprendimento che continua in modi diversi da persona a persona, in corrispondenza ad abilità, interessi, occupazioni, contesti. Allo stesso modo, anche per il genere umano l’affinamento delle abilità e dei codici linguistici è stato, ed è, un processo progressivo.

Coloro che per primi si avvicinarono scientificamente al tema dello sviluppo della lingua si orientarono a considerarne l’origine in un punto indistinto, lontano e non univoco, perso nella preistoria umana. Altri, in seguito, rilevando il carattere fondativo dell’essenza linguistica, ritennero di affermare l’esistenza di una vera e propria discontinuità qualitativa di specie, tra il prima e il dopo la comparsa di un codice condiviso di comunicazione. Detto in breve, legarono il linguaggio della parola alla coscienza di sé evoluta, e quindi alla specificità della condizione umana. Come, quando e se questo «salto» sia avvenuto, quale ne sia stata l’entità e la caratterizzazione, è interrelato oggetto di studio di molte discipline. D’evidenza, il problema non può eludere i limiti della preistoria e, salvo per taluni agganci indiziari agli sviluppi della fisiologia umana, sussiste una costitutiva impossibilità di testimonianza. Esso è dunque confinato inesorabilmente all’attività speculativa.

Discontinuità o meno, è comunque innegabile si tratti di una progressione evolutiva. In essa percorso verbale, iconografico e scrittorio si intrecciano con proprie cadenze e localizzazioni. Ai nostri fini, proviamo a tracciarne una sommaria schematizzazione: si struttura e sviluppa la rappresentazione fonetica del dato reale, in cui le esperienze sensoriali acquistano progressivamente traduzione verbale sistemica. Al pari delle primigenie rappresentazioni parietali, che tratteggiano condizioni, eventi, timori, aspirazioni su superficie fisica ma anche nella coscienza individuale e del gruppo, le prime parole, le prime espressioni, si concretano esse stesse quali corrispondenti analogici, figurali, altre volte diversamente evocativi. Agli albori evidentemente confinate alla sonorità, le parole trovano infine  associazione organica al mezzo grafico attraverso la scrittura, non rappresentazione di evidenze sensibili o stati dell’animo ma di una lingua. Originato per assolvere funzioni annotative pratiche, lo strumento scrittorio evolve nell’uso giungendo a doppiare compiutamente il mezzo verbale. Coesistono qui, variamente correlati, due ambiti principali: l’uno in cui via via l’elemento figurativo si generalizza ed astrae nelle forme paradigmatiche dei pittogrammi, e trova infine sviluppo nelle scritture di matrice simbolico-ideografica; l’altro dove invece il riferimento è strutturalmente fonetico e nel quale il processo di sintesi ed astrazione si fa più radicale e neutro, dando luogo come esito estremo alla formulazione alfabetica. Vocali e consonanti: l’associazione di pochissimi segni dà rappresentazione a tutti i suoni, a tutte le parole, a tutti i discorsi.



Scritture logografiche.
Delle scritture comunemente definite ideografiche esistono espressioni antiche — ad esempio quella Azteca, Maya, e per certa parte la geroglifica egiziana —, ed esempi tuttora ampiamente praticati, uno su tutti le scritture cinesi. A ragione, alcuni linguisti ritengono spesso più appropriato l’uso del termine «logografie», scritture di logogrammi: rappresentazioni di parole, non di idee. Abbiamo visto, infatti, come i processi che legano i segni alle parole siano ben distinti da quelli che a queste ultime associano i concetti, le «idee».

Queste scritture sono costituite da abachi iconografici in genere molto estesi. Segni dalla tipologia variamente articolata e riferita: figurazioni primarie o composte, maggiormente descrittive o simboliche, iconografie pure o correlate a notazioni/valori fonetici, declinazioni tradizionali o correnti, dotte o semplificate; ed ancora, in medesima scrittura, medesime simbologie possono talora differire per corrispondente fonetico, in relazione a distinte localizzazioni linguistiche. Dunque si tratta spesso di sistemi estremamente vasti e complessi, e per questo di norma mai presenti integralmente ad un singolo soggetto, quand’anche non riservati ad una cultura alta. Focalizzando sui temi di nostro specifico interesse, si noti come in tali scritture i morfemi — i segni primi del codice scrittorio, le particelle minime di senso compiuto —, per quanto idealizzati nella stilizzazione grafica o correlati a riferimento fonetico, rechino permanente la preminenza visiva dell’immagine: vale a dire dell’oggetto, del simbolo rappresentato. Un contenuto di cui partecipa direttamente il mezzo rappresentante stesso, in quanto sua condensata essenza. È un linguaggio di parole simboli, dove ogni segno ha valore in sé, prima ancora che nella correlazione ad altri, e la realtà è descrivibile, componibile, interpretabile, astraibile... ma, di fatto, sostanzialmente intangibile oltre il limite del segno simbolico primario.  



Scritture alfabetiche.
La scrittura fonetica, e massimamente quella alfabetica, all’opposto, non dà risalto autonomo al mezzo linguistico, che acquista essenziali connotazioni di «trasparenza». L’accento è sull’attuazione del codice — sintetico ed integralmente accessibile —, che equivale a dare preminenza al soggetto, libero artefice della comunicazione. Sua la responsabilità della codifica, della trasposizione dell’idea in parola, e della parola in codice. Una scrittura di lettere, traduzione di un suono, non di un’immagine riferita altrove, demandata esternamente.

Questioni di sintesi ed efficienza a parte, questo mezzo libera implicitamente chi ne fruisce dalla fissità di spettatore, riconoscendolo parte attiva e autonoma nella definizione/descrizione dei contenuti. Non vi è il riferimento intrinseco ad una rappresentazione data del reale, una «riduzione» ad un abaco pur anche vastissimo di simboli, ma fonemi: suoni elementari della lingua, cui si associano notazioni grafiche essenziali: le lettere, di minima ed omogenea tipologia.  Elementi, i fonemi e le lettere, universali, sostanzialmente arbitrari, non descrittivi; benché sia negli uni che negli altri si possano talora riscontrare, in radice, derivazioni analogiche e naturali. Fisiologia fonatoria, espressività mimica ed esperienza uditiva inducono le sonorità fondamentali della lingua; corrispondentemente si riscontra evidente nei tratti di molte lettere l’archetipo imitativo, chiaro nella relazione con originarie espressioni pittografiche. Nell’alfabeto, però, questi oggetti sono presi senza autonoma intelligenza, elementi da riprodurre tal quali, non necessariamente in osservanza di un determinato dato, quanto del liberamente articolato dall’attore della comunicazione. Per essere chiari, con le lettere è possibile comporre anche una parola «inesistente», che tuttavia diviene compiutamente reale in quanto composizione di lettere, e ciò a prescindere dal valore semantico e contestuale. A dire la medesima cosa con le lettere vi sono infatti lingue diverse, così come diversi alfabeti, distinte tipicità sonore associate a notazioni grafiche non universalmente corrispondenti. Il meccanismo tuttavia è il medesimo: suoni elementari, segni elementari. Se le logografie potrebbero esemplificativamente paragonarsi a sistemi «molecolari», gli alfabeti potrebbero essere definiti sistemi «atomici».

Nelle dinamiche comunicative, e di lì cognitive e interpretative, questi oggetti primari essenziali e «multipotenti», le lettere, confluiscono in insiemi di sintesi estremamente svincolati e creativi, ma al contempo evidentemente sensati, rigorosamente regolati e precisamente individuati: le forme e le articolazioni sensibili della lingua, sonore e grafiche, di cui esempio più immediato è la parola.

Nel flusso comunicativo tali insiemi sensati sono in prima istanza recepiti ancora con valore asemantico, rimandando di nuovo a «segni», a schemi essenziali, sonori o grafici. Solo successivamente, a seguito di decodifica nella visione d’insieme, essi palesano la loro compiuta valenza, il portato di significati. Per l’ambito che più ci interessa si diranno genericamente «scritture», composizioni di lettere su un supporto, correlazioni di segni che partecipano ai meccanismi della percezione in quanto geometrie sensibili e a quelli della comprensione in quanto identificativi di relazioni specificatamente declinate e contestualizzate.

 

 

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