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Siamo tutti grafici. O no? No!

La grafica è una disciplina non una funzionalità software

La grafica è una disciplina, non una funzionalità software. Caratteristica spiccata della nostra epoca è la diffusa illusione di avere accesso a tutto: che il mondo sia un’esposizione di cose sempre misurabili con una qualche contropartita, in genere economica, che tempo, fatica, competenze siano comunque magicamente condensabili attraverso i celebrati «progressi della tecnica», che ogni cosa sia lì, quasi di diritto, a portata di mano.

Ad indurre questa propensione dell’animo, in parte anche giustificata, vi è un complesso di ragioni. Lo sviluppo della virtualizzazione è certamente una di queste, fenomeno giovane che ancora fatichiamo a gestire. Vi partecipano anche la contrazione dei tempi nei flussi mediali, l’ampliamento di campo nella diffusione delle cose e delle informazioni, la moltiplicazione delle modalità di contatto interpersonale, ecc., citando solo alcune componenti affini ai nostri temi.

Tipicità del nostro tempo! Sedimentata nella nostra cultura, dovrebbe però anche ritrovarsi la consapevolezza che, tra il poter fare e il fare, tra potenza ed atto — come direbbero i filosofi — molto ne passa.

Figlio di medico, una delle più comuni e ineludibili consuetudini cui mi capitava di assistere era la richiesta, più o meno laterale, di consulti clinici volanti o, ancora più arditamente, l’esplicito sollecito a confrontare diagnosi e terapie autodeterminate, del tutto infondatamente. Così, a seguito di incontri casuali e fugaci, ma spesso anche in contesti di fresca presentazione. Il più delle volte non ne potevano risultare che moniti generali e di circostanza e, dall’altra parte, altrettanto poco convinti assensi: «Se lo dice lei...».

Ho sempre ritenuto che il malvezzo fosse gravame inevitabile, tipico ed esclusivo di quella professione, derivato dal fatto che quello di conservazione è forse, fra tutti, l’istinto naturale meno acquietabile razionalmente. Più tardi, mi sono però dovuto ricredere: di sicuro anche chi fa grafica frequentemente deve pagare pegno equivalente, e forse non siamo i soli...

Se il rimedio «salutare» della nonna — e della zia, della cugina dell’amico, del praticone, del mago, della santona... — è da sempre di pubblica disponibilità, fino al sorgere dell’era informatica la produzione grafica era rimasta rigorosamente confinata all’ambito tecnico, e i suoi procedimenti oscuri e sconosciuti ai più.

Da Word Star in poi, creativi ed esperti di comunicazione hanno cominciato a moltiplicarsi e lo sviluppo multimediale ha determinato un corrispondente fattore di crescita nelle esigenze di prodotti grafici: son tutti grafici, tutti hanno bisogno di grafica.

I procedimenti permangono oscuri e sconosciuti ai più!

In diversi anni mi son sentito chiedere le cose più incredibili, e con estrema nonchalance. Riserverò dedicato intervento ad un compendio esaustivo di esempi. Sintetizzando, si tratta in genere di pseudo richieste che assumono un sottinteso di presunte competenze e di scelte tecniche già acquisite: ovviamente del tutto sconclusionate, per non dire autolesioniste.

«Per il manifesto, hai presente il blu di quel sito...? Dai, quel blu lì...! Stampiamone duemila, o quattromila. Ma il blu uguale eh?!»

A volte, l’inconsapevolezza della sostanza è tale da produrre quasi intontimento: «Per un romanzo che parla di mare, che carattere mi consigli?» Verrebbe da rispondere: «Ondine, naturalmente!» (Tipizzazione di Adrian Frutiger, ispirata alle calligrafie umanistiche: che nulla c’entra... Ma non è questo il punto!)

Altre volte l’inconsapevolezza è su cosa sia il tuo mestiere, su cosa lo differenzi dal saper comporre un’ordinata distinta in Word: sono i casi più irritanti. «Ho un quarto d’ora. Passo di là che facciamo il logo nuovo.»

Ci si sente in grado di gestire le scelte tecniche che intervengono nell’ideazione e nella produzione di un elaborato grafico? Supponiamo... per la stampa? Se riferimenti basici, come quelli elencati a seguire, rappresentano tutti una nozione tecnica di cui si ha padronanza, è possibile ipotizzare un contributo d’utilità, viceversa quell’apporto è facilmente destinato ad esiti arbitrari e improbabili: occhio medio, 12/14, avvicinamento, accostamento, spalla, crenatura, em, en, opentype, lunghezza dell’alfabeto, giustezza, cicli per angolo fovea, orfana, legatura, controforma, canaletti, bianchi, bianca, volta, doppia pagina, mastro, formatura, segnatura, ottavo, jumbo, grammatura, usomano, imposizione, caduta, lastra, cappero, prova fogra, retino, linee, calamaio, abbondanza, campionamento, risoluzione, interpolazione, aliasing, raster, vettoriale, eps, tiff, punto postscript, punto bianco, gamma, quadricromia, luminanza, pantone. Nulla di particolarmente ricercato, è il banale elenco di alcuni elementi sparsi di osservazione tecnica, che ho provato ad appuntarmi scorrendo la bozza di controllo di un piccolo stampato. Una condizione più o meno comparabile con quanto accadrebbe corrispondentemente per molti altri mestieri.

A partire da questa base minima, obiettiva e meccanica, teoricamente accessibile a tutti, incomincia poi il «lavoro vero». L’adeguata connotazione dei contenuti, l’opportuna selezione dei canali, l’efficace modulazione delle tessiture, ecc. In altre parole, l’«intaglio» appassionato e sapiente delle qualità. Qui è dove  si colloca e può eventualmente rivelarsi il talento, la sensibilità, la caratura culturale, l’intuito, l’invenzione, l’interpretazione autenticamente competente e virtuosa.

Gli elementi che si devono considerare nell’ideazione, progettazione e realizzazione di un prodotto di comunicazione visiva sono in genere talmente tanti, diversificati, e talora sottili, che non solo vanno trattati di necessità sulla base di competenze specifiche, ma frequentemente tali competenze non sono ricercabili in una singola professionalità.

Intuito e nozioni acquisite estemporaneamente e ad usum delphini non si rivelano qui risolutive! Se si crede, obiettivamente, che tutto ciò sia superfluo e non attenga al caso specifico, è probabile che non vi sia proprio bisogno di un prodotto grafico per la comunicazione. In molte situazioni, questa seconda evenienza corrisponde esattamente alla fattispecie reale.

Spesso ci si sente rivolgere quest’afferamazione: «Ho poco tempo da perdere,  pochi soldi da spendere, mi basta una cosa qualsiasi.» La fantomatica triade! In questi casi tiro fuori due vasetti simili, e un cucchiaino: in uno marmellata di mirtilli, nell’altro lucido da scarpe. Entrambi sono di immediata fruibilità, piuttosto comuni, relativamente simili nell’aspetto e costano poco. Avvicinati ad una concretezza di più abituale esperienza, diventa allora più semplice convenire che, a parità di condizioni, vi possono essere delle incognite cui decisamente non vale la pena sottoporsi.

Altrettanto classica è l’obiezione: «Tutto quel che vede qui l’ho costruito io! Pago io, decido io!» Vi operereste da soli d’appendicite... perché la pancia è vostra!? Anche decideste di farlo, perché... voi sapete sempre il fatto vostro(!), nessun chirurgo degno vi farebbe mai da spettatore.

In realtà, in un processo elaborativo corretto, il ruolo tecnico della committenza non è affatto espropriato, risulta viceversa imprescindibile: anzi, apre e chiude il percorso. Alla committenza la responsabilità di fare presenti compiutamente le specificità d’ambito, i propositi, le eventuali condizioni: il professionista non è onniscente, tantomeno telepatico, e questi sono elementi indispensabili ad una definizione aderente del quadro rispetto al quale si progetterà. Alla committenza la scelta finale tra una graduazione di opzioni che il buon professionista ha sempre il dovere di proporre ed illustrare.

Talora, per il non tecnico, può divenire fuorviante l’esistenza di una quantità di soluzioni preconfezionate alla portata di tutti, che promettono, e in parte concretizzano, la realizzazione in pochi passaggi di prodotti grafici di ogni tipo: manifesti, stampati, pubblicazioni, espositori, font, logotipi, interfacce, blog, siti, portali... Si tratta, in genere, di soluzioni gestibili autonomamente attraverso applicazione software, altre volte di pacchetti commerciali precostituiti.

In effetti queste opzioni conducono in breve a risultato: ma di che prodotto si tratta? Che esiti produrrà? Nella migliore delle ipotesi sarà del tutto ininfluente, assai più spesso generativo di danno.

Genericità e stereotipia delle formulazioni, condizioni inevitabili in questi casi, nel breve termine non potranno che condurre al mancato o parziale sfruttamento di eventuali potenzialità e focalizzazioni distintive, che resteranno dunque inespresse. In secondo luogo, la conseguente sedimentazione di un’immagine «scorretta» costituirà gravame a lungo termine assai più complesso da rimediare.

Chiudendo la questione, aggiungo che queste opzioni appaiono grandemente censurabili, non solo dal punto di vista tecnico ma anche culturale, nondimeno etico. In genere, obiettivo dissimulato è, crudamente, non l’oggetto ma la contropartita: ben che vada, conquistare una fidelizzazione, più spesso vendere un’applicazione, una stampa, un servizio, un’abbonamento... Di lì, le priorità. Ciò che potrebbe sembrare un’opportunità, un’utilità, un’agevolazione, un’apertura di libertà, in realtà si concretizza, consapevolmente o meno, nell’esatto opposto: parzializza, limita, chiude, sfavorisce, danneggia; non solo cultura e linguaggio ma anche, molto più prosaicamente, il portafoglio: incauta causa essendi di tutta la faccenda.

Come precedentemente accennato, nell’euforia mediatica non è infrequente imbattersi in richieste di prodotti di comunicazione inopportuni o non necessari, figli della compulsione ad acquistare, possedere, ...non esser senza. Si riconoscerà il buon professionista anche perché saprà sconsigliare da progetti e investimenti poco utili o fuori scala.

Tipicamente accade per il «sito web», del quale magari non si è sentita la necessità per anni ma, improvvisamente... vien la frenesia, financo di un portale: con forum, e-commerce, applicazioni dedicate, ecc. «Perché ho sentito così, e così...» Di solito senza considerare che poi si avrà tempo e personale per gestire, già con affanno, appena un semplice contatto di posta elettronica.

Situazioni corrispondenti si verificano per le pubblicazioni a stampa: qui, scelte calibrate ed una buona organizzazione produttiva possono di per sé determinare economie tali da coprire abbondantemente i costi stessi di progettazione, recando dunque apporto di qualità, con la magica formula del «costo zero». Ne parleremo ancora.

Ciò detto con brevi accenni, ancorati a terra, senza avventurarsi in discorsi «alti» di comunicazione, peraltro fondamentali e molto più decisivi.

 

 

gac