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Fotografia 20xx. Anzi, Fotografia

Evoluzioni, tendenze, tensioni

Fotografare prefiggendosi un livello anche di poco superiore alla fissazione casalinga di immagini, per non dire di quello professionale, è attività che sollecita un nutrito gruppo di competenze non improvvisabili: culturali, tecniche e d’esperienza.

L’evoluzione degli strumenti e dei modi di produzione e fruizione delle immagini, che si è generata con l’avvio dell’era digitale, ha innescato talora il fraintendimento che il facilitato accesso alla fotografia induca naturalmente un corrispondente di competenza. Non è così.

Chi oggi fotografa riscontra indubbie facilitazioni rispetto al passato, tuttavia esse restano sostanzialmente confinate all’ambito degli ausili tecnici. Se molto dei processi di apprendimento e di sperimentazione materiale ora può avvenire in tempo reale e a costi quasi irrilevanti, tutto quanto vi è a monte e a valle — la valutazione dei dati contestuali, la gestione degli specifici tecnici, la scelta e l’interpretazione delle modalità linguistiche, ecc. — resta parte di una padronanza disciplinare che va costruita ben oltre lo strumento di fruizione o di ripresa fotografica.

Nella comunicazione visiva, la fotografia costituisce una delle componenti fondamentali. Non necessariamente la minuta conoscenza del vasto ambito, ma certo la consapevolezza delle specificità degli oggetti fotografici, nelle loro diverse declinazioni e applicazioni, è dunque condizione pressoché imprescindibile per chi, a qualunque titolo, si occupi di comunicazione visivamente mediata. Il tema è straordinariamente ampio; basti pensare che se, di tradizione, la fotografia dà concretezza alla luce (e al pensiero) attraverso la fisicità della chimica e dei supporti, oggi vi si aggiunge, e con peso addirittura prevalente, l’ambito altrettanto concreto della cosiddetta virtualità: dei fluidi supporti elettronici di fissazione e di riproduzione, che hanno più a che fare con l’immaterialità dell’energia che con la chimica delle molecole. Altra natura di tessiture, di emissioni, di riflessioni. Un altro mondo, in cui sono rivoluzionati i tempi, le quantità, i modi...

In un habitat così mutato si sono fisiologicamente manifestati degli spaesamenti. Nella comune esperienza essi si osservano tipicamente confluire in euforiche rincorse tecnologiche, nella compulsione di iperproduzioni inusitate e ingestibili, nella banalizzazione di fugaci stereotipi e, soprattutto, nell’assunzione diffusa di autoreferenziali certezze di competenza, in realtà assai illusorie. E di ciò, buona parte è da attribuirne al marketing: delle applicazioni, dei dispositivi, delle reti sociali...

A dirla tutta, non si è semplificato proprio nulla, anzi si sono moltiplicate innumerevoli variabili: da sperimentare, controllare, valorizzare. Un altro mondo, appunto, che si è aggiunto al precedente, ancora lì intonso e gagliardo, con gli occhi puntuti delle sue regole e delle sue prerogative. Quando, ad esempio, si va in stampa, che si sia in analogico o in digitale, sempre con supporti e inchiostri si ha a che fare. E in «virtuale»? Chiunque debba gestire seriamente dei profili colore per vari dispositivi, rimpiange stabilità e certezze del supporto fisico, e ad esse in definitiva poi si deve riferire.

Anche dal punto di vista stilistico, come del linguaggio, è evidente quanto il campo fotografico si sia sfaccettato, più che semplificato. In controtendenza, come per altri ambiti della comunicazione, oggi sussiste il rischio concreto che un’intensiva preponderante sollecitazione di caratura banale possa, a lungo termine, influire sulle potenzialità percettive e creative, rendendo tutto effettivamente e definitivamente «più semplice». Ad esempio, l’abitudine nevrotica al «punta e scatta», condizione oggi comunissima, può significativamente favorire impoverimento di competenze linguistiche e fraintendimenti di qualità. Questione non da poco, visto il peso che l’elemento iconografico sta progressivamente assumendo rispetto ad altri, e dunque fenomeno con ricadute potenzialmente estensibili al contesto culturale più ampio.

Seppure ricorsi storici inducano a pensare al futuro con ottimismo, di fatto, a dispetto della gran mole di immagini che vengono oggi prodotte e proposte in fiorite varianti tecnologiche, il conteggio attuale dei buoni prodotti fotografici non si è altrettanto ampliato, così come restano pressoché immutate le caratteristiche che questi buoni prodotti identificano: ancora da osservarsi sul piano linguistico, tecnico e materiale.

A parte le étoile della professione, e pochi altri fortunati, l’esperienza di chi pratica il mestiere della comunicazione è di doversi confrontare, più spesso di quanto vorrebbe, con ingredienti iconografici dozzinali, genericamente preordinati o di qualità arrangiata, altresì arrangiati malamente. Non infrequente il caso di chi consideri più che legittimo giustificare costose tirature a stampa con immagini filtrate da plasticosi obiettivi di certi tablet o smartphone. In linea con la filosofia del «copia e incolla», che nel nostro tempo informa e caratterizza molte produzioni «d’intelletto», non di rado capita anche che taluno ricerchi la «sua» foto, quella che proprio gli serve e gli è nottetempo balenata alla mente, all’interno di omnicomprensivi repertori: invero questi ultimi, pure non potendo vantare altrettanta convenienza, molto hanno in comune con i cestoni dei grandi magazzini in periodo di saldi.

Sovente si sente affermare che uno dei caratteri positivi della nostra epoca sia la velocità: nell’evoluzione di tecnologie e conoscenze, nei contatti, negli scambi, nella formazione, nella produzione e, appunto, nella comunicazione... Altrettanto spesso, tuttavia, si generano casi di fraintendimento tra rapidità e superficialità. Il tempo, infatti, costituisce variabile assai mutevole, talora il valore è nel comprimerla, altre volte l’opposto. Come si fa a saperlo? Sapendo.

Scattiamo, «selfiamo», condividiamo, peschiamo nel grande oceano delle immagini... inventiamo e sperimentiamo diffusioni alternative ed utilizzi nuovi dell’impressione visiva! Ricordiamoci però che ogni codice linguistico, per dirsi tale, deve possedere, fra altre, la caratteristica di veicolare significati che vadano oltre la rappresentazione di se stesso. Allo stesso modo, non dimentichiamo che artefatti e processi tecnici evoluti non sono mai generici, ma specificatamente identificati, non derivano da casualità, ma da pienezza di valutazione.

 

gac