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la forma delle parole · 2 le parole che scrivo

Le parole che scrivo

Il codice: dati sostanziali e contingenti


2 le parole che scrivo (e che leggo)
Condizione dello strumento: costituzione, generazione e rigenerazione.
È corretto, e misura stessa di efficienza, che un codice, una volta appreso, non richieda per sé impiego specifico di risorse d’attenzione, ma si attui viceversa in una specie di automatismo, di trasparenza: è mezzo non fine! In questo, fra tutti, il codice alfabetico nelle sue diverse declinazioni ha forse caratteristiche insuperate. Il suo utilizzo, tuttavia, si giova assai del saper della sostanza. Ciò certamente si imporrebbe in produzione, ma è anche condizione, troppo spesso disattesa, per una fruizione compiuta.

La concretizzazione formale della lingua in scrittura, infatti, è strumento che per genesi, storia e processo giunge a comporre un’articolazione espressiva minuta e molto ricca, in cui ogni dettaglio, ogni formulazione, ha chiari ascendenti, precise motivazioni, esatta collocazione e, soprattutto, specifica valenza di significati. Queste potenzialità, variamente esplicite in ragione del contesto funzionale in cui trovano espressione, sono dunque da riconoscersi ed osservarsi nel buon uso della parola scritta.

Si è detto come l’attuale evoluzione dei modi e degli ambiti in cui si attua e fruisce il mezzo scrittorio abbia tracimato radicalmente dall’alveo originario. Ne sono derivati nuovi provvidi percorsi, ma anche incongruenze, incertezze e fraintendimenti che gravano in special modo sulle pratiche di maggiore diffusione. D’altra parte, sarebbe ambizione irragionevole supporre che la rivoluzione di uno strumento frutto di sviluppo millenario possa attuarsi e ricomporsi nel tempo di una sola generazione. Per noi è dunque ancora necessario riferirci ai cardini della tradizione, pena il declassamento del sedimentato in stereotipo, la banalizzazione, l’impoverimento, l’omologazione comunicativa. Partiamo allora tirando le fila di alcune concrete questioni di base, aprendo poi la prospettiva al più generale quadro della comunicazione grafica, così da collocare con precisione l’approfondimento dell’ambito scrittorio e più in particolare alfabetico. Tema focale di queste righe, infatti, è l’alfabeto, la cui sostanza radice è peraltro comune alla generalità delle forme visuali tracciate.



2.1 segni: portanti fisici e di significato
Elementi costitutivi dello strumento alfabetico.
Scrivere: rappresentare visivamente i segni grafici convenzionali della lingua, nel nostro caso le lettere dell’alfabeto1 e le loro varie tipologie formali e di aggregazione in parole e discorsi.

È il corrispondente di altre mediazioni del medesimo codice su diverso canale sensibile: in particolare dell’espressione orale — più estesamente sonora2 —, o in altri casi delle formulazioni tattili, gestuali, combinato-simboliche, ecc. Se ne è già detto in precedenza.

Oltre al carattere visivo, alla scrittura si trovano originariamente associati altri due elementi fisici portanti. Innanzitutto la componente concreta, propriamente materiale-tecnologica, di strumenti e supporti scrittorii. Essa è rintracciabile anche scorrendone l’albero etimologico: in origine segnare traccia con lo stilo su tavoletta cerosa, cui intrecciano radice lo scavare, incidere, raschiare, intagliare, scolpire, ecc. Vi si accompagna, in secondo luogo, una non meno significativa caratterizzazione di certa persistenza, opposta di tradizione alla volatilità delle parola detta: infatti, verba volant. Valenza, peraltro, non solo temporale — la traccia che sopravvive all’atto che la genera —, ma estensibile anche ad importanza, stabilità ed incisività del contenuto e del veicolo dello scritto: si affidano in genere alla scrittura elementi degni di estensione di notizia o preservazione di memoria; la formulazione scritta poggia inoltre su riferimenti semantici maggiormente univoci e stabili rispetto al parlato; l’elasticità di declinazione e collocazione della scrittura, infine, si traduce in grandi potenzialità di aderenza ed efficacia funzionale.

Premesso questo, è altresì di tutta evidenza che tali «seconde» qualificazioni oggi non siano più considerabili né specifiche né tassative: il cursus tecnologico, infatti, ha gradualmente introdotto varia virtualità di mezzi scrittorii, svincolando di fatto da inerzie e necessità della condizione materiale. Per altro verso, e da maggior tempo, ha reso progressivamente disponibili molteplici modi per memorizzare e riprodurre, per rendere fisica e permanente, non solo la scrittura ma anche altro tipo di mediazione linguistica, ad esempio l’oralità.

Ciononostante, nella sedimentazione ormai millenaria di usi e produzioni, ragioni di «materia» e «permanenza» sono via via trasmigrate, e tuttora trasmigrano, nella sostanza stessa del segno scrittorio, dunque in forme e significati. Palese la presenza, nella geometria dei segni, di evidenze di derivazione epigrafica, piuttosto che calligrafica o tipografica, di lasciti di metodi applicativi o di processi tecnologici. Si può intuire così, più o meno in lontananza, il riecheggìo dello scalpello nelle terminazioni d’asta del romano maiuscolo; nel minuscolo intravvedere lo stilo arcaico, il calamo, il pennino: che sono nella conduzione e modulazione dei tratti, e nell’impronta di attacchi e troncature; bulini e carte finissime all’origine di filetti e disegni di altèro contrasto tonale, così come l’energica dinamicità dell’avvento industriale è motivo della compatta robustezza degli elzeviri di primo Ottocento. Allo stesso modo, in tempi vicini e vicinissimi, l’evoluzione dei procedimenti ottici-elettronici ha costituito presupposto per l’esuberante proliferazione di sperimentazioni e varietà, e la matrice rugosa e discreta è stata condizione e sostanza delle prime trasposizioni digitali.

Nei particolari del segno scritto, sia esso d’interpretazione manuale o meccanica, sia affidato ad uno od altro supporto, sia antico o recentissimo, possono quindi ritrovarsi ragioni d’essere che per sintesi e con ampiezza di significato potremmo definire «storiche». Caratteristiche contingenti e «inessenziali» per lo stretto portato alfabetico, che tuttavia accade permangono anche fuori dal contesto originario, trasferendosi nel corpo significante del segno, nell’abaco generale delle sue declinazioni e dei suoi riferimenti. Ciò riguarda la singolarità dei tratti ma anche le loro composizioni formali, aggregative, o le interpretazioni stilistiche. Cosa sono i titoli in tipizzazione maiuscola se non il derivato delle magniloquenti, possenti e nitide trabeazioni romane? Quelle scritture perfettamente scandite, visibili e «vere»? E cosa il corsivo, se non lo sviluppo del segno più veloce e condensato delle calligrafie e delle grafie minute? Così, in strutture e accessori compositivi attuali, si possono riscontrare richiami e parallelismi con prassi antiche e l’evolversi progressivo delle necessità: si pensi alla scansione del testo in colonne, in origine funzionale allo scorrere orizzontale dei rotoli scrittorii; al «giustificato», quale sfruttamento sistematico e meccanico delle giustezze; agli allineamenti di derivazione epigrafica, detti appunto «a lapide»; alle collocazioni di note e correnti laddove era d’uso ospitare postille e apposizioni; alla spaziatura fra le parole, che acquista forma compiuta e stabile non prima del XII sec., nel passaggio dalla lettura individuale declamata o borbottata a quella silenziosa; similmente si ritrovano àncore storiche per i capilettera, i filettati epigrafici, le «piccole capitali», i numeri maiuscoli, la tipizzazione di simboli iconici e abbreviazioni, la punteggiatura. Ma il riferimento al passato non è indispensabile per ricercare corrispondenze fra ragioni materiali e tipologie: ad esempio, vincolo del tutto contemporaneo lega la drastica contrazione del numero dei segni tipizzati d’uso comune e la preordinata sinteticità delle interfacce di scrittura digitali. Dunque un rapporto non cristallizzato ma costante e progressivo.


In sintesi, intrinseca alla natura scrittoria si constata la caratteristica di acquisire nella sostanza grafica la materia fisica, e di lì la tendenza a preservare l’associazione fra specifiche formulazioni degli elementi di cui essa si compone ed altrettanto definiti riferimenti qualificativi, che ne estendono infine i significati ben oltre la rappresentazione del puro corrispondente fonetico.


Detto con parole diverse, nel mezzo scrittorio si compone una sovrapposizione di più livelli che si possono propriamente definire convenzionali: uno alfabetico puro, verbale e fonetico, ed altri variamente legati al registro ampio della comunicazione, al supporto, al contesto, alla funzione, ecc., valorizzati sulla base di un ampio sedimento culturale. Raggruppando tutte queste ulteriori valenze in una singola categoria, si usa definirle connotative: qualificazioni che, rispetto ad un riferimento linguistico di base, danno apporto di notazione, aggiungono, specificano significato.

È tuttavia opportuno estendere l’attribuzione abituale della suddetta dizione tecnica, che troppo spesso è confinata all’ambito dell’interpretazione puramente stilistica e superficialmente espressiva: la ormai trita formula, il carattere del carattere. Si tratta, infatti, di qualificazioni non necessariamente «seconde» e talora decisamente portanti: si pensi ad esempio ai logotipi, che nella maggior parte dei casi sono rappresentazione grafica di parole o acronimi di per sé non molto identificativi e significanti. Qui, appunto, elemento reggente diviene essere la connotazione: non declinazione vuotamente stilistica ma sostanza prima di identità e significati.3

Il rapporto con cui i diversi convenzionali semantici si combinano definisce quindi lo specifico funzionale della data espressione scrittoria: così in un testo narrativo o scientifico si darà massima prevalenza all’efficenza della trasmissione alfabetica e l’elemento connotativo dovrà tendere ad annullarsi, al più ammettendo misurate variazioni ad uso distintivo e regolatorio (titoli, corsivi, grassetti, note, ecc.). Diversamente, in una copertina, in un manifesto, in uno striscione, ecc. le polarità si troveranno in genere rovesciate, affidando la parte principale della comunicazione al veicolo connotativo.



2.2 segni: passato, presente, futuro
Prospettive dello strumento alfabetico.
Segni e convenzioni sono esito del processo culturale, e con esso vivono e si evolvono. Quali siano le polarità e le tendenze, le pratiche e le tipologie che nel nostro tempo permeano, modificano e sviluppano il complesso delle convenzioni e delle valorizzazioni scrittorie è questione estremamente interessante e decisiva. Come instancabilmente si sottolinea, in questo tipo di osservazioni prospettive troppo ravvicinate e archi temporali contratti condizionano le possibilità di un vaglio compiutamente oggettivo e di proiezioni affidabili nel lungo termine. Con margini di fondatezza è però possibile individuare qualche rilievo macroscopico.

Sviluppo tecnico e virtualizzazione hanno di fatto reso capovolgibile il tradizionale rapporto tra elemento tecnologico e forma tipizzata: se da un lato ogni formulazione è oggi producibile quasi senza vincoli di tecnica o di aderenza al mezzo, all’opposto ci si può spingere al paradosso per cui la caratterizzazione imperfetta o «materiale» è ricercata ed ottenuta come artificio tecnico. Osservando agli estremi, si pensi nel primo caso alla varietà atopica di sofisticatissimi effetti materici e 3d, e per altro verso alle formulazioni cosiddette grunge, invero solo fintamente «trasandate». Annotazione di qualche consistenza è possibile poi aggiungere in merito ad altro rapporto, quello già citato tra contenuto verbale ed espressione connotativa. Anche in questo ambito pare osservabile una certa tendenza al capovolgimento polare, con il flusso concettuale oggi affidato con sempre maggior peso a qualità e accessori estetico-espressivi, iconografici e modali, e corrispondente contrazione degli elementi e degli identificativi convenzionali propri del discorso scritto: in estrema sintesi, meno alfabeto, ortografia e para-alfabeto, più stilismo, presentazione, extra-alfabeto, dinamicità e convenzioni iconografiche (leggi: frammentazioni, animazioni, emoticon, ecc.). Una sorta di «rearcaicizzazione». Infine, proprio in merito alle declinazioni estetico formali, si può osservare come l’attuale inesauribilità del «catalogo» in pratica ne annulli la stessa varietà, o presunta tale, o perlomeno ne riduca drasticamente le potenzialità di significato (leggi: insulsa proliferazione di font e iconografia).


Riassumendo: la scrittura alfabetica si compone di segni variamente strutturati ed aggregati. Su base convenzionale, essi rappresentano visivamente l’elemento verbale e fono-linguistico, e sono altresì correlati, costitutivamente, ad una molteplicità di qualificazioni estetiche che ne estendono e specificano il valore semantico e ne definiscono la funzionalità, in specie e con maggiore ampiezza nei casi tipizzati. Così come il processo storico l’ha condotta ai nostri giorni, la scrittura reca dunque una quantità di segni ampiamente declinata, negli aspetti formali e nei significati. La selezione dall’abaco tipizzato, storicamente demandata a professionalità dedicate, è divenuta di libero e diffuso esercizio nell’era digitale, anche nei «canali» ufficiali. A contropartita delle grandi potenzialità che si sono così liberate, si osservano problematicità altrettanto presenti, con improprietà d’utilizzi che spaziano dall’indifferenziato all’euforico, dal fraintendimento all’inesausto stereotipo. In parte ciò è esito fisiologico di rodaggio, tuttavia molte evidenze inducono a confermare come, ancora una volta, l’elemento tecnologico materiale stia avendo ruolo decisivo nella evoluzione di forme, significati e prassi, nondimeno nel prender corpo di una nuova composizione di scenari e intenzionalità.

Poiché il linguaggio è parte essenziale di noi, qualifica la natura della nostra umanità, è augurabile che a questa prima fase di oggettiva riduzione e spaesamento «convenzionale», tipica e prevedibile, segua una rigenerazione nuovamente ricca di riferimenti e sfaccettature. Il pericolo è che il decadere di qualità e autorevolezza negli esempi d’uso comune crei, in fruizione, l’innesco di un circolo vizioso duro da dissolvere. Si conceda, che in epoche di transizione, avendo inevitabilmente la prua all’ignoto, è risultato spesso produttivo mantenere, a poppa, certo il riferimento del porto di partenza; a noi vivi di una dinamicissima «era di mezzo» sta forse il compito di diffondere consapevolezza circa le ricchezze fin qui acquisite, almeno per linee fondamentali. Non che da accidente o esperimento non possa mai venire innovazione o salto qualitativo, ma giusto per non trovarsi, come si suole dire, a reinventare la ruota o, peggio, ci permettiamo di aggungere, ad usarla strisciandola di piatto. Segue dunque una disamina pratica ed essenziale dei segni scrittori alfabetici e correlati, a partire dall’insieme più vasto che li comprende: la comunicazione grafica.

 

 

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  1. Segni alfabetici ma anche elementi ad esso correlati: s. paralfabetici, s. extralfabetici. ^rif.
  2. Si porrebbe qui un’altra questione: in che termini può considerarsi oralità l’espressione del linguaggio mediata dagli automatismi delle voci sintetiche ovvero derivata dalle cosiddette intelligenze artificiali? Se ne accennerà ancora in chiusura di sezione. ^rif.
  3. Più in generale, la qualificazione estetica, intesa quale elemento di percezione sensibile, è tutt’altro che riducibile a valori di superficie — stilistici, espressivi, scenografici, emozionali, ecc. —, viceversa partecipa di ragioni culturali profonde, per non dire fisiologico ancestrali: si pensi ai codici cromatici, alla percezione delle forme e dei contrasti. Non è il caso qui di argomentarne, dunque lo si accenna per eventuale libero approfondimento. ^rif.

 

 

 

«prec.  la forma delle parole  succ.»