grafagrafa.it · materiale e immateriale grafico

sito alieno di comunicazione visiva
ed umanismi contemporanei

torna su  

la forma delle parole · 1 le parole che conosco

Pensare le parole: il pensiero scrittorio

La forma mentale delle parole


1 le parole che conosco
Quando pensiamo una parola, spesso ci raffiguriamo la sua forma scritta.
Ci si è mai chiesti cosa passa nella nostra mente nel preciso istante in cui pensiamo una parola, quando la leggiamo, la sentiamo o la scegliamo dal vocabolario personale? E soprattutto, com’è che ci ritroviamo a conoscerla e ad avere quel pensiero? Due belle «domandone» già per cominciare, la risposta alle quali è scontata solo in apparenza. Essa coinvolge infatti meccanismi tutt’altro che banali e questioni per nulla di superficie, anzi i fondamenti stessi della capacità dell’uomo di comprendere, elaborare e condividere le idee.



1.1 pensare le parole: il pensiero scrittorio
La figurazione sintetica della parola scritta: il cervello è infinitamente più veloce nel trattare schemi mentali che analogie sensibili.
A farci caso, quando pensiamo una parola o una frase di un discorso, la nostra mente spesso corre a richiamare l’aspetto, e nondimeno l’ordine, che tale elemento avrebbe nella scrittura: ciò che nel titolo, sintetizzando, ho definito «la forma delle parole». In ambito alfabetizzato occidentale, cui naturalmente verte la nostra osservazione, tale riferimento sarà d’evidenza alfabetico, ma parallele se non del tutto analoghe considerazioni potrebbero farsi per contesti culturali diversi, dove sono utilizzati altri tipi di codifica linguistica.

Frutto di fraintendimento, capita spesso di sentire l’affermazione: «la mente ragiona per immagini». Detto come se ad ogni vocabolo, ad ogni concetto, corrispondesse un cartellino con la rispettiva immaginetta, pronta e condivisa. Ciò non è propriamente vero, o almeno è vero solo in minima parte. Certo, prese singolarmente, a molte parole siamo in grado di associare un’immagine naturale: specifica, generica, ideale, magari anche ricorrente. Una relazione derivata dalla nostra esperienza. Ma per i vocaboli il cui significato ci risulta del tutto astratto? E per quelli che ci sono nuovi? La «figurina» probabilmente manca! Eppure, se li sentiamo o li leggiamo, egualmente li riconosciamo come parole, e siamo anche in grado di riprodurli.

Soprattutto all’interno di un discorso strutturato, il riferimento portante deve allora essere ricercato altrove: sovente nella nostra cultura è appunto quello alfabetico e, in particolare, scrittorio.

E cos’è poi la parola scritta se non una raffigurazione? La figura della lingua. Una figura particolarissima: non un’immagine naturale, bensì l’immagine di un codice. Scritture: figurazioni di parole, immagini estremamente sintetiche, chiaramente caratterizzate e precisamente riferite.

Ovviamente questa «forma» non è l’unica risorsa cui attingiamo, ci sono altri tipi di «immagine», di «memoria», cui può appoggiarsi il nostro vocabolario e il nostro pensiero: consideriamo la diversificata tipologia di agganci — sonori, olfattivi, spaziali, motori, mimici, visivi, ecc. — che si possono trovare coinvolti, ad esempio, nell’evocazione di ricordi, di stati emozionali, o nella prefigurazione di eventi. Il nostro plasticissimo cervello non lavora certo rigidamente e per comparti isolati, tuttavia nell’elaborazione del discorso il riferimento scrittorio si riscontra spesso essere elemento reggente.

Con l’imparare a scrivere, e soprattutto a leggere, sviluppiamo la capacità di figurarci la parola scritta, e poi di associarla ai concetti: il cervello, infinitamente più veloce nel trattare schemi mentali che ad elaborare quanto è mediato istantaneamente dai sensi, si abitua ad un meccanismo di anticipazione-ricognizione della codifica testuale, sulla base di un sedimentato di strutture astratte che condensano l’essenziale sensibile delle forme scritte. Detto diversamente, acquisiamo la capacità di «maneggiare» la parola scritta attraverso alcuni suoi tratti distintivi estremamente sintetici, più delle stesse lettere; riferimenti che via via si distillano ed accumulano nell’esperienza: in progressione virtuosa, la pratica precedente diventa il supporto per quella successiva.

Se nella produzione scrittoria ciò si traduce in memorie/automatismi gestuali a condurre di fondo l’atto — si tratti di grafia o digitazione —, nella lettura si concretizza in una sorta di scansione a più fasi, in cui la decodifica non è appunto immediata, integrale ed effettiva, quanto invece progressiva, approssimata ed eventualmente integrata e specificata di necessità. Con velocissimi inconsci movimenti, saccadi, l’occhio segue il flusso della scrittura, appoggiandosi con andamento discontinuo, fissazioni, su taluni punti «strategici».

L’azione è determinata dai meccanismi fisiologici e cerebrali della visione, che si legano essenzialmente alla nostra capacità di percepire i contrasti tonali e di identificare sinteticamente struttura, posizione e rapporti tra le forme; questione piuttosto articolata e complessa che non è il caso di approfondire qui.1  In questa sede basti considerare che il processo si compie non tanto associando segno a segno singolarmente, ma rilevando gli schemi identitari delle loro abituali composizioni, con indifferenza della particolare declinazione formale, stilistica od ortografica.

La grande efficienza di un processo così sintetico e flessibile consente la gestione del flusso di contenuti ancor prima, e spesso a prescindere, dalla focalizzazione puntuale minuta sul dato formale, fisico, naturale, ed anche semantico. Ciò vale per le singole parole, come per formulazioni più estese. Oltre al correlato di velocità e di risparmio di risorse, questo è il motivo per cui è possibile acquisire — ma anche produrre — sensatamente contenuti testuali anche in presenza di numerose discontinuità o errori di formulazione e, per analogia, riconoscere come tali parole che ci sono nuove o di cui non sappiamo esattamente il significato.

Discorso parzialmente sovrapponibile potrebbe farsi in ambito verbale: anche qui, infatti, lo stratificarsi di schemi e sequenze d’esperienza, in pratica di un bagaglio di memorie uditive, costruisce progressivamente un supporto linguistico cosciente e attivo, ed anche qui, parimenti, la comprensione del contenuto ha buoni margini di elasticità rispetto alla percezione integrale dell’articolato e alle competenze semantiche.

Laddove presente, tuttavia, il riferimento al dato scrittorio si riscontra decisivo, per non dire preminente: l’esposizione alla lingua scritta, alle sue forme ma, soprattutto, alle sue costitutive regole di ordine e coerenza, alle sue prerogative di efficienza, elasticità e saldezza, finisce naturalmente per mutuare abituale sostegno anche ai processi di interpretazione e costruzione del discorso: in altri termini, al pensiero della lingua.


Forma e struttura: identificazione del codice ed acquisizione dei contenuti.
In generale, il codice scrittorio è osservabile appunto secondo forma e struttura, componenti distinte e complementari. L’aspetto formale riguarda gli elementi fisici e materiali attraverso il quale la lingua viene rappresentata, con vario grado di sintesi e permanenza. Può costituirsi di articolati geometrici variamente tracciati, impressi o incisi — le diverse tipologie di lettere, le stenografie, gli ideogrammi —, oppure comporsi di sequenze modulate di segni viceversa omogenei — i codici Morse, a barre, o i più recenti QR Code —, od ancora concretizzarsi in aggregazioni di qualità e quantità tattili: compiutamente il Braille e, in diversa misura, altri tipi di codice tattilo-analogico. Sia esso grafico o diversamente sensibile, l’aspetto formale — il tramite che rende la parola dato fisico —, si lega in primo luogo a caratteristiche di efficienza nel processo di riconoscimento e trasmissione del codice e, in particolare, di identificazione dei segni primi della codifica.

Senso e significato, vale a dire gli elementi di valenza strettamente cognitiva, quelli che riguardano i concetti trasmessi, sono recati invece dalle relazioni che i segni instaurano tra loro. Rapporti tra macro e micro entità, gerarchie, successioni, associazioni, corrispondenze... che complessivamente identificano e determinano le valenze di contenuto.

Così, nelle scritture della nostra lingua, le lettere si comporranno in parole, che a loro volta acquisteranno ulteriore senso e significato nell’estendersi ed articolarsi del flusso linguistico, e dunque delle relazioni tra i segni. Allo stesso modo del comporsi di una melodia nella scansione di tempi e note nella scrittura di uno spartito musicale.

In questo quadro, più adeguata ai referenti risulterà la formalizzazione del codice, più compiuta sarà l’acquisizione dei contenuti. Evidente, infatti, che ogni codifica, ogni modalità testuale, avrà le sue indicazioni, il suo utilizzo di predilezione e le sue problematicità. Ad esempio, l’estrema sintesi di contenuto di un codice a barre, destinata ad interfacce strumentali, sarebbe ben poco utile nella segnaletica stradale, rivolta invece ad interpretazione non mediata e caratterizzata da vario grado di dinamicità. Corrispondentemente, nello stesso caso, il condensato di soluzioni iconografiche risulta in genere di maggior vantaggio rispetto all’opposta natura di flussi alfabetici verbosi.

In presenza di altrettanto specifiche condizioni, si pensi ad esempio alle dislessie o ai deficit visivi, il processo di recepimento della componente sensibile della forma, in altre parole la «lettura», può realizzarsi, e deve dunque favorirsi, attraverso opportuna predisposizione del tramite formale. Detto esplicitamente — poiché troppo spesso si osservano ineradicati fraintendimenti —, l’intelligibilità del codice è caratteristica che attiene in prima istanza la sua declinazione formale in rapporto alle condizioni di fruizione. Cosa diversa è l’intelligibilità dei contenuti. Solo distintamente, e in seconda battuta, quest’ultima può eventualmente correlarsi a meccanismi della comprensione/interpretazione delle relazioni tra gli elementi di codifica identificati, e con ciò a qualificazioni d’ambito cognitivo.

Evidentemente, eventuali ostacoli non compensati nell’acquisizione soggettiva del codice, nella sua identificazione, sono da considerarsi presupposti di inevitabile compromissione delle potenzialità elaborative e dunque infine delle competenze individuali.



La struttura delle relazioni semantiche. Meccanismi di sintesi e meccanismi di sviluppo: unitarietà ed articolazione.
La comunicazione linguistica può attuarsi attraverso vari canali e varie azioni/posizioni dei soggetti coinvolti in essa: si può parlare o scrivere, ascoltare o leggere, ecc., e in queste diversificate attività il cervello sfrutta meccanismi d’elaborazione altrettanto caratterizzati. Ma la comunicazione può anche elaborarsi e compiersi secondo distinti registri, che per la lingua possono in generale intendersi modulati dal piano routinario a quello dell’espressione specifica ed isolata. Ed anche qui possiamo distinguere corrispondenti soluzioni. Precisiamo dunque la nostra osservazione sul supporto scrittorio introducendo questa ulteriore coordinata.

Nei flussi routinari il riferimento all’azione linguistica sarà essenzialmente «non pensato», in sostanza e secondo i casi, condotto da automatismi sonori, gestuali o distributivi: ciò è vero ad esempio nel dire una poesia, riferire il titolo di un libro, dare una banale indicazione o una risposta secca... o, per altro verso, nello scrivere un indirizzo, un orario, un numero di telefono..., ed ancora riguarda l’individuare i contenuti d’interesse in uno schema pratico, la gerarchia delle parti in un impaginato, le relazioni non lineari nelle scritture matematiche, ecc. In sintesi, è il caso in cui senso e significato della comunicazione sono per buona parte affidati a sedimentati unitari e a meccanismi di ripetizione. Da notare che a questo ambito appartengono anche le cose che per prime si apprendono nell’imparare a parlare e a scrivere una nuova lingua.

Registri di maggiore specificazione, invece, chiameranno in campo processi più coscienti e partecipati, con livelli di elaborazione, originalità e individualizzazione più elevati: guida alla formulazione comunicativa si ritroverà essere qui essenzialmente l’articolazione della matrice scrittoria: penso come scrivo! Anche se scrivo solo nella mia mente. Oltre all’esempio della stesura di un testo, in cui il riferimento è ovviamente tautologico, si consideri qualsiasi forma di riflessione, creazione o espressione verbale — appunto, anche solo pensata —, che appena superi la soglia del banale, del rituale, dell’acquisito mnemonico in unico blocco. In sintesi, è il caso in cui senso e significato della comunicazione sono affidati al pensiero attivo, e questo a sua volta al supporto dell’esperienza delle «regole» della lingua scritta. Per riprendere il paragone precedente, si padroneggerà compiutamente una nuova lingua solo quando la si saprà utilizzare anche nel pensiero, e maggiore sarà la nostra competenza scrittoria in tale lingua, maggiore la nostra capacità di sviluppare ragionamenti in essa.



Competenze verbali, cognitive e scrittorie van di pari passo.
Riassumendo: il pensiero comunicativo — anche solo quello linguistico — è esito di un molteplice concorso di componenti. Esse sono in parte riferibili ad associazioni e memorie sonore che legano le parole, le une alle altre, in parte a forme, strutture ed abitudini della specifica lingua, in parte ancora ad immagini naturali, contesti, esperienze, ricordi, emozioni... ed altri vari meccanismi e sedimentati, sia individuali che culturali. Un processo di flussi estremamente condensato e mutevole che però, soprattutto in funzione del trattamento dei concetti, riconosciamo trovare nella matrice scrittoria saldo ancoraggio. Tale è questa influenza da condurre alcuni a supporre che l’elaborazione delle idee in determinate discipline abbia specifiche lingue di predilezione, con il loro caratteristico organico portante e lessicale. Ovviamente la plasticità del pensiero e della cultura rende quest’ultima notazione non omologabile a necessità, tuttavia stimolo ad osservare quali ne siano i risvolti concreti. D’altra parte, e più in generale, è difficile riscontrare un’oralità compiuta in assenza di una compiuta correlazione alla struttura della lingua scritta, e questo a prescindere dal contesto culturale e dal tipo di scrittura o dalla modalità di riferimento ad essa. Il bambino, che gradualmente impara a verbalizzare, anche in modo complesso, esplorativo e creativo, gode di una sorta di prealfabetizzazione che gli deriva dall’assimilazione dell’esempio sonoro parentale e contestuale, ma a quest’ultimo si troverà vincolato fino ad una acquisizione scrittoria autonoma dello strumento alfabetico.

Analogamente, nel caso adulto, gli esempi di verbalità generica e stereotipata trovano sovente ragione in competenze scrittorie corrispondentemente caratterizzate. Ancor di più, una oralità pura, del tutto analfabetica, anche se eventualmente supportata da un bagaglio di risorse figurali, culturali ed emozionali ricche, avrà inevitabilmente limiti analitici, predittivi e di interazione comunicativa, rispetto a quella stessa espressione appoggiata al sistema stabile, terzo e coerente del codice scritto. Nello stesso modo si potrebbe argomentare per il pensiero.

In breve, competenze verbali, cognitive e scrittorie van di pari passo.

 

 

gac

 

 

 

  1. — Per approfondire suggeriamo l’ottimo volume di Riccardo Falcinelli, Guardare Pensare Progettare. Neuroscienze per il design, Viterbo, Stampa Alternativa & Graffiti, 2011.
    — Nel web, correlate notazioni si possono leggere qui-›, nell’articolo di Alessandra Rufa “I meccanismi cerebrali della visione e dell’esplorazione visuo-spaziale”, in Marco Mozzoni e Alessandra Gilardini (a cura di), L’agenda del cervello. Un argomento al giorno, pp. 41-45, s. l., Brain-Factor, ottobre 2011. Nella stessa raccolta, accessibile in pdf qui-›, altre d’interesse, pp 9-14. ^rif.

 

 

 

«prec.  la forma delle parole  succ.»