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la forma delle parole · 2 le parole che scrivo

Rappresentare le parole: segni e di...segni

Categorie, componenti e ragioni della comunicazione grafo-linguistica


introduzione alla sezione seconda
Si avvia qui la seconda sezione de La forma delle parole, dedicata a nature e tipologie della parola scritta; un’altro punto di osservazione del tema principale. Già in precedenza è stato precisato che non si tratta di un manuale, dunque non coprirà universalmente casistiche e soluzioni, ma è l’occasione per porre attenzione su alcune questioni di fondo: non una disamina ortodossa, che si troverà meglio altrove, ma un’osservazione prospettica rivolta in primo luogo alle ragioni contemporanee e future della comunicazione grafo-alfabetica che oggi non sembrano davvero tema di autentico (e consapevole) interesse, massivamente genuflesse ad approssimati stilemi e direttrici estranee. Fatto salvo il conforto di temprate eccellenze e di rari accidenti controtendenza, approcci di largo seguito — taluni anche di matrice prestigiosa — appaiono infatti arenati su luoghi comuni vetusti e fossilizzati, alternando confusamente, secondo contesti e convenienze, atteggiamento nostalgico-restaurativo, intellettualistico-iniziatico, appiattito-tecnologico, conformista-modaiolo, trasandato-velleitario... Del resto siamo ormai abituati che il «meno buono»1 è come minimo un «Creativo», ogni trovata un’idea innovativa, il più scaltro un grande imprenditore. Tutti bravi e lodati, tutto interessante, dunque tutti tranquilli e contenti, affrancati dal gravame della superficialità, dell’impegno approssimativo, dell’irresponsabilità professionale o, meglio ancora, civile: basta predisporsi un’aura, inventarsi qualche cosa e seguire il flusso. Almeno per alcuni sarebbe forse il caso di togliersi invece qualche etichetta, qualche vernice, e rifare l’inventario di materiali, strumenti, requisiti, funzioni, significati: non da «Star» narcise, ma da autentici cultori, da rigorosi e responsabili progettisti.

Nondimeno, è il caso di sottolineare che anche al semplice fruitore ben giova la conoscenza dell’oggetto. Specie in questo tempo: per ragioni di cultura, di consapevolezza, di autonomia, infine di libertà.

Va chiarito spassionatamente che molto dello specifico tecnico nostro è ritenuto in genere noioso — per non dir pedante — senza eccezione anche da parte di coloro che la composizione dello scritto trattano per mestiere. In effetti è argomento necessario ma non certo di evasione. Tuttavia, l’abitudine al superficiale sorvolo delle sue minute articolazioni può relegare a trascurabile dettaglio significati viceversa di sostanza.

Per chi in buona fede ne è almeno un poco addentro, questo spiega molto di comuni casistiche di espressione scritta caratteristiche dell’attuale rivoluzione mediale. Più che frutto di licenze evolutive ne paiono infatti depauperate contrazioni. In esse l’uso delle qualificazioni tipologico formali «canoniche» si osserva diffusamente caratterizzato da casualità, incoerenza, inappropriatezza, arbitrio, appiattimento. Ancor più, questa non può intendersi come posizione culturale attiva, con proprie individuate ragioni, per quanto eventualmente opinabili; non uno «sconvolgere» il taglio (...o i tagli) di capelli e calzoni per marcare differenza, rinnovando il perpetuo fio generazionale a vecchi retrogradi cui ogni nuovo giorno toglie elasticità e perspicacia. Si tratta invece di sciatteria e ignoranza in stati purissimi, cosa tutt’altro che consueta, e di portata, questa sì, inquietante. Fraintesa e trascurata, la declinazione dei segni2 conserva viceversa grande potenza funzionale e comunicativa, quand’anche usata in modalità sgrammaticate e controproducenti, inconsapevoli ovvero furbesche. In altre parole, essa continua a dire... Ma cosa dice?

Chi valuta con prospettiva storico scientifica, può far comodamente ricadere il fenomeno nel cosiddetto corso naturale delle cose. E poi, filtrando con maglie più larghe... una consapevole autonomia, una involuzione riflessiva unita ad una curiosa sperimentazione sono sempre lecite, talora auspicabili. Così anche sono prevedibili ed accettabili cadute di tensione. Quando altrimenti trovarsi spaesati, o al contrario provare ad innovare, se non in corrispondenza di un contesto tanto mutato e dinamico come quello contemporaneo?

Ma la questione primaria è evidentemente un’altra: qual è infine la tendenza? Non il primo, ma il secondo, il terzo orizzonte che si profilerà in tempi ormai non così dispersi nel futuro.

Cambiamenti sostanziali, come quelli che insistono sulla nostra epoca, sono fisiologicamente preceduti da fasi di riduzione e spaesamento: ma è possibile intuire almeno la regione di un punto focale cui adoperarsi costruttivamente? O tanto vale lasciarsi attraversare dal flusso, ancora da scrivere, degli eventi?

Si potrebbe essere tentati di affermare che certe questioni di «tipologia» siano oggi storiche più che attuali, che quanto lo strumento linguistico, connaturatamente dinamico ed evolvente, lascia decadere vada abbandonato senza ripensamento: ogni propensione contraria non configuri dunque tutela ma inelastica ostinazione fuori dal tempo. In effetti, talune fattispecie di cui si osserva il dilagare nella comunicazione, contraddistinte da approssimazione morfologica, reiterazione ciclica, stereotipia, contrazione di estensione e parallela megalia compulsiva delle frequenze…, sono d’evidenza «esito naturale ed evolutivo» dei rinnovati mezzi. Resta tuttavia il dubbio se esse siano davvero funzioni di innovazione, di efficienza, di autonomia: insomma di sviluppi da liberare al futuro. Molti segnali, infatti, suggeriscono di orientare la riflessione su come alcune particolarità delle nuove forme possano invece corrispondere ad una sorta di conformismo di copertura, ad un «effetto gregge» esito regressivo di necessità di «rassicurazione». Ciò in un contesto ambientale e relazionale che non si riesce più a padroneggiare... letteralmente! Dinamiche comunicative di cui senso e volume complessivo si sono resi sfuggenti e, soprattutto, rispetto alle quali comunque si avverte, consciamente o inconsciamente, l’impossibilità concreta di parteciparvi con caratterizzazione autonoma, con modalità effettivamente soggettiva, e non indotta o subita. Si pensi ai cosiddetti Social, le rinnovate reti sociali.

Il canale della comunicazione oggi è potentissimo: incisivo, accessibile, capillare, capiente, globale… ma altrettanto drasticamente confinato e totalizzante. La concretizzazione di un paradosso. Ogni relazione postula riferimenti comuni — evidentemente! —, ma il problema non è che la struttura condizioni il messaggio, vincolo proprio e intuibile di qualsivoglia media, quanto la proporzione e la natura di questo condizionamento. È focale, soprattutto, che talune caratteristiche dei nuovi canali e delle nuove modalità tendano programmaticamente ad indurre l’implicito fraintendimento, più o meno superficiale, dell’opposta assenza di vincoli. A ben guardare, si tratta di una vera e propria pretesa di cessione «consensuale» (e di fatto incondizionata) di diritti di libertà. In questo quadro: schema di accesso, di dialogo, di interferenza, estensione di portata e privatezza, repertorio segnico e simbolico, ecc., tutti enfaticamente prospettati come opzionali e campo di soggettività, costituiscono viceversa non solo condizioni strutturali invalicabili del flusso comunicativo, ma sostanza, trasferendosi di fatto in esso, sia in relazione alla determinazione di cause e occasioni, sia per quanto si lega all’ambito e alla declinabilità dei significati. Questo è dunque il punto!

Quanto liberamente e quanto consapevolmente ci si priva di queste prerogative di libertà? Per esemplificare in concreto, si assicura ai compulsivi dell’ultima release social — dell’ultimo «grido», con analogia mediale oggi difficilmente comprensibile ai più — che non sarebbero molte le funzionalità effettivamente utili ad essere precluse ad un evoluto utilizzo di mezzi anche meno «canalizzati». Perfino ad antichità quali la posta elettronica! Autonoma e desueta, potenzialmente liberissima, ma forse atto tecnico eccessivamente soggettivo e dispendioso di tempo ed attenzione, per i nativi digitali di generazione moltiplicata. Soprattutto, mezzo troppo privato, a dispetto della compulsione a rendere mondialmente pubbliche le personali minute vacuità. Potrebbe infatti essere dilagato il fraintendimento che sia operazione scontata aggregare lapidarie perle di saggezza, che il globale sia naturalmente demiurgo catalizzatore di democratica sapienza. Tuttavia non sono davvero in molti ad avere in tasca una Bustina di Minerva, specie se non hanno Eco d’altro. Anche a sostenere l’opposto, debole è l’illusione che il meccanismo sia con priorità strutturato in funzione di contenuti e flussi «corticali», quanto in ragione dell’acquisizione delle informazioni sottese. Intelligenti pauca.

Tornando a conoscenza e libertà, la tendenza non riguarda solo le evoluzioni della comunicazione e delle connessioni sociali, ma si rileva di estensione più generale, con paralleli evidenti altrove. In contesto automotive, ad esempio, diversi produttori, alcuni significativamente riferibili anche al settore mediale, si stanno da tempo adoperando allo sviluppo di mezzi di trasporto personale davvero «auto»: quelli a guida automatizzata per intenderci, il nostro intuibile futuro. In astratto, la soluzione assicura anche qui sostanziali vantaggi e facilitazioni; in concreto, uno dei probabili prezzi implicitamente imposti sarà quello di dover accettare anche in campo fisico dei vincoli: delle «deviazioni» rispetto al nostro percorso autonomo, indipendentemente stabilito. Una sorta di adware integrati nello schema, corrispondenti a quelli cui talora ci ritroviamo a soggiacere attraverso varie forme di pressione, specie appunto nell’uso dei media.

Il paradigma è comune, e classicamente banale: si sviluppa una funzione, la si rende fortemente desiderabile (o di fatto obbligata), ed infine ne si concede la fruizione in cambio di un qualche tipo di controllo, di influenza: un corrispettivo ad altissimo tasso d’interesse, più evoluto rispetto al denaro. La discriminante è quale sia la sostanza di questo interesse. In altri termini, che qualificazione, attuale o potenziale, avrà questa influenza? Non si tratta di teoria del complotto!3 È invece ancora una questione innanzitutto di comunicazione e, per estensione, di percezione del contesto mediale e delle relazioni:

la mutazione più o meno silente, più o meno condizionata e indotta, del «sottinteso atteso». Più ampiamente, del campo soggettivo di consapevolezza, accettabilità, previsione, desiderabilità... Drasticamente, delle nostre abitudini, dunque delle nostre azioni.

Riavvicinandoci alla superficie dei temi, è poi forse opportuna una seconda generale osservazione. Molte tipologie di linguaggio scritto accolgono oggi l’apporto — più o meno corposo e sostitutivo — di formulazioni iconografiche, riorientandosi quasi con percorso retrogrado. Di queste ultime si enfatizzano la grande immediatezza, ancora la «democraticità» e la presunta universalità comunicativa. Risulta così opportuno sottolineare che le forme iconografiche comunicano attraverso canale distinto dallo scritto, e in forme proprie. Certamente sfruttano strutture figurali e retoriche spesso anche della parola detta e scritta — la descrizione, l’analogia, il contrasto, ecc. —, anzi che talora in quest’ultima si sono originariamente o compiutamente evolute, ma appunto operando su piano diverso e con diversa articolazione.

L’immagine è molto potente, molto versatile, capace di focalizzare drasticamente, in grado di condensare in una medesima raffigurazione più messaggi e più livelli comunicativi: notoria valenza delle cosiddette Belle Arti. Ma concrete o astratte, analogiche o simboliche, figurative o concettuali, metaforiche o dirette, emozionali o descrittive... per loro stessa natura le immagini non possono mai rendersi puramente dichiarative, che è invece la caratteristica prima del linguaggio delle parole. Esse infatti possono dar luogo ad un concetto anche solo dicendolo in sé, senza necessità di riferimenti esterni o figure espressive. Non si saprebbe qui davvero valutare quanto questo sia meno universale, libero e immediato del flusso per immagini, perlomeno così tanto da tendere a rinunciarvi.

Non si tratta di escludere una o l’altra opzione, all’opposto di sfruttare le grandi potenzialità che gli evoluti mezzi offrono per la loro integrazione reciproca in combinazioni di innovativa efficacia; dunque con equilibrio, senza perdere strumenti che la storia ha fin qui affilato e temprato, rifugiandosi in co...mode e rassicuranti soluzioni pre-disposte.


Cosa attengano tali ed altre problematiche a questioni di tipologia si proverà ad estendere negli interventi a seguire, dedicati, a dirlo in sintesi, alla sostanza della forma: per radice, qualificazione, evoluzione, discriminazione, trattamento operativo, ecc.  

 

 

gac

 

 

 

  1. Da espressione popolare: meno buono a fare, bon da niente (Ven.). ^rif.
  2. Ed anche dei materiali! È sottesa qui la fondamentale e vastissima questione di cosa debba intendersi per segno, dello spettro con cui possa essere mediata la funzione semantica, e delle interazioni fra elementi di eterogenea e complementare natura. ^rif.
  3. L’obiezione strumentale che viene mossa di prassi indistintamente contro ogni pensiero di potenziale ostacolo a preminenti interessi, immediate convenienze o ad imprecisati sviluppi d’innovazione. ^rif.

 

 

 

«prec.  la forma delle parole  succ.»