formazione e rieducazione digitale
«Modalità» contemporanee
Ha senso indignarsi per un pessimo maiuscolo/maiuscoletto?
Qualche tempo fa mi ha fatto effetto riascoltare le esortazioni di una nobile mente illuminata del nostro tempo circa il dovere(!) dell’indignazione rispetto a condizioni che si pongano a deliberato ostacolo al progredire della «cultura della conoscenza», della sua salvaguardia e condivisione. Non citerò la fonte, autorevolissima, per non rischiare il fraintendimento che la mia immodestia si permetta di accostarvisi, nemmeno remotissimamente. Per chi sa, dirò solo donna e torinese.
il problema: sensatezza e luoghi comuni
Depauperamento della comunicazione grafica.
S’intenda così fatto del tutto personale che argomentando su diversi temi oggetto di questo sito si affacci frequente un dilemma di sensatezza dell’opera: taluni contenuti saranno effettivamente percepibili nella loro concretezza? È ancora possibile che se ne intuisca natura e senso, almeno generalmente? Il legittimo dubbio si pone ad esempio rispetto all’utilità, e dunque all’opportunità, di trattare di questi tempi a proposito del depauperamento della qualità e delle articolazioni della comunicazione, in special modo grafica, e segnatamente di quella mediata dal codice alfabetico, quest’ultimo ancora cardine essenziale inspodestato della produzione e della condivisione del sapere.1
Come svariate volte osservato in queste pagine, si tratta di pratiche sgrammaticate sempre più comuni, esito del consolidarsi di perniciose derive dei modi, che da ignorante caduca mutazione si sono infine fatte abitudine e poi regola. Il fenomeno è componente sintonica di una generalizzata dinamica culturale in cui molti assodati fondativi, molti indiscussi e indiscutibili capisaldi, molti imprimatur di oggettiva correttezza e concreta qualità risultano oggi drasticamente inapplicati, per di più con assoluta noncuranza. «L’ho letto su Google… si fa così su WhatsApp… era in internet...» Aaah, allora va bene! Niente di nuovo, è il trasposto attualizzato dell’ormai datato adagio: «lo hanno detto in televisione»!
Non si cada nel tranello di leggere banalmente in queste note empirea opposizione, sorta di derivazione della dialettica tra «pensiero debole» e «pensiero forte», qui invece si osservano cose che assai prosaicamente si possono misurare in termini immediati di efficienza di codice. Esempio concreto? L’uso maldestro di apostrofi, apici e accenti, ed ancora di maiuscole, corsivi, numerazioni e graduazioni seriali. Esempio più tecnico? Le font variabili (variable fonts), dozzinale evoluzione di un’originaria finissima intenzione tipografica, tanto fine quanto sostenibile solo da artefici altrettanto sensibili. Raro accidente trovare designer capaci ed eroicamente tenaci come Twombly o Slimbach.2
Prospettive d’osservazione.
Ma torniamo alla visione d’insieme: perché la maggioranza dei testi è composta tanto pedestremente? Un osservatore «antico» di appena qualche decennio risolverebbe qui i diversi casi senza particolare dilemma, inquadrandoli come ineffabili disortografie, errori di composizione più o meno sostanziali o sottili, ma sempre da penna blu (verde nel caso dei correttori di bozze!). Diversamente, ma con altrettanta immediatezza, diffusa opinione attuale tratteggia globalmente il fenomeno attribuendovi fattuale inessenzialità e generiche giustificazioni di dipendenza tecnica: correlando variamente alla mutazione di strumenti, supporti, contesti, dinamiche relazionali... in sintesi, alla trita (e stucchevolmente entusiastica!) tiritera del nuovo che avanza.
Si osservi che entrambe le opposte posizioni trovano componenti di riscontro immediato e palpabile, ma la ragione prima del decadimento della qualità delle formulazioni è in realtà assai meno scontata e di superficie: niente affatto riducibile a fattori meramente ortografici, tantomeno tecnici. Altrettanto fuorviante sarebbe cedere alla facile tentazione di osservare imprecisioni e lacune secondo una prospettiva di «rinnovata praticità» o di fisiologica evoluzione. È invece questione decisamente culturale: questione profonda di metodo.
Oltre la contingenza.
Comunque la si pensi, i citati prevalenti approcci non si possono tuttavia banalizzare a luoghi comuni, come viceversa vorrebbe certa intellighenzia. Non si tratta di semplici posizioni di parte, delle quali si hanno da purgare ottusità e rigidità con superiore magistrale disincanto. Equivarrebbe a distribuire giudizi gratuitamente e senza distinzione: questo sì atteggiamento del tutto antistorico nonché decisamente superficiale. Il fatto stesso che in successione temporale strettissima sia osservabile il prodursi di dissonanze tanto macroscopiche quanto diffuse, sia nelle pratiche sia nelle interpretazioni, è invece elemento alquanto indicativo e non risolvibile sommariamente. È parte della questione. D’evidenza, non potrebbe certo essere che nelle menti sia arbitrariamente calata improvvisa idiozia, né l’opposto, che dopo secoli di superflui orpelli l’avvento digitale abbia finalmente portato efficienza, pulizia e chiarezza precedentemente mai raggiunta.
Del tutto inutile, nonché improbabile, stabilire gerarchie, formulare scale temporali di bravura o di correttezza, opporre tra loro tradizione e novità. Si tratta invece di indagare e comprendere i meccanismi complessi e multifattoriali di questa discontinuità, senza rifugiarsi in facili posizioni di convenienza. Nessuna propensione al nuovo esenta dalla necessità di segnalare, e all’occorrenza di stigmatizzare, sviluppi involutivi o degeneri. Allo stesso modo correttivi pedissequamente cosmetici o ancor peggio restaurativi sarebbero di danno più che l’indifferenza stessa. Ogni evoluzione, infatti, passa per mutazioni caduche.
Si pone così il tema di una acquisizione effettivamente competente e attiva dello sviluppo digitale: con cognizione almeno sufficiente di quanto ha preceduto, contezza della natura e delle opzioni del contesto attuale, chiarezza delle forme d’applicazione e lungimiranza di obiettivi.
Già qui si potrebbe ritenere d’avere detto tutto quanto possa favorire autonoma riflessione e, per amore di sintesi, d’aver concluso l’argomento tratteggiandone nucleo, valenza e direttrici fondamentali. A seguire, tuttavia, si proverà ad articolare maggiormente, solo a pro di eventuali avventurosi lettori.
ma, in concreto, di cosa stiamo parlando?
Fatto compiuto.
Si tratta, in sintesi, di preziose «regole dell’arte» che estesamente oggi risultano inapplicate, più spesso ignorate del tutto, talora contravvenute inopinatamente. Di sostanza profondamente ancorata ai significati e di affinamento secolare, parrebbero oggi estromesse da una corretta progressione evolutiva, dunque nel breve termine destinate senza scampo a cadere nell’uso: perché?
Dar ragione a questa prima evidenza potrebbe sembrare piuttosto semplice: perché di fatto tali regole oggi, sommariamente, si considerano prive di «senso», inutili al flusso della comunicazione.
Eppure esse sono ancora latrici di «significato», di portato oggettivo: si pensi alla nitidezza di declinazione che realizzano, dunque all’apporto sostanziale di chiarezza e immediatezza comunicativa che possono consentire, oppure banalmente (ma nemmeno tanto) all’efficienza, all’armonia ottica, all’equilibrio geometrico, alla connotazione stilistica che informano. Elementi che se bene utilizzati sono ancora funzionalmente percepiti, tuttavia — dato inquietante e apparentemente paradossale — spesso valutati inessenziali o inutilmente gravosi.
Mutazione deliberata o fraintendimento? I casi.
Diventa così dirimente appurare se questo diverso approccio conservi i caratteri di libera scelta evolutiva, di stile e funzionalità, o viceversa sia esito di fraintendimento, più precisamente di una consapevolezza culturale imperfetta, fuorviata e parzializzata, in ragione della quale sia venuta meno l’attitudine a discriminare propriamente alcune componenti del discorso. Come di una emulsione fotosensibile (per chi ancora possa ricordare l’oggetto) malamente esposta e dunque non più in grado di rendere selettivamente i toni, similmente a misurate armonie sovrastate da parossismo e frastuono.
In questo esame può risultare in special modo utile osservare come appunto i casi non siano solo di disuso, ma talora anche di uso improprio. In pratica, non solo di norma si trascurano i corretti segni specifici ma, all’opposto, si evocano pretenziosamente anche forme estremamente peculiari concretizzandole però in modi del tutto inopportuni e arrangiati. Riportando eventualità assai comuni, è tipico il fraintendimento fra le elementari notazioni d’apostrofo, accento e minuti primi, oppure fra virgolette e minuti secondi. Casi venialissimi rispetto alle davvero colpevoli sostituzioni fra maiuscoletti, o corsivi, e loro rispettive virtualizzazioni, ed ancora alle ineffabili giustapposizioni, nella stessa parola, di maiuscoli in corpi diversi, nondimeno alla formulazione impropria e sgrammaticata di capilettera, rientri, paragrafi, citazioni, ecc. Se alcune occorrenze di questo ben più vasto campionario si potrebbero appunto considerare mancanze veniali, sconsolatamente comprensibili e accettabili, altre invece risultano assurde e dannosissime. Si può ad esempio inquadrare nel primo tipo l’uniformarsi al monopolio delle cifre a occhio pieno (volgarmente detti numeri maiuscoli) il cui esito non va oltre la disarmonia compositiva ed è parzialmente giustificato dal fatto che i «saltellanti» (numeri minuscoli) sono ormai cosa quasi evaporata nella sensibilità e nella tipizzazione contemporanea. Dunque l’uso del maiuscolo nei numeri di pagina o nel flusso testuale minuscolo è solo scelta dozzinale e di comodo, spesso obbligata dall’imperio di improprie cifre di genesi tabellare. Similmente il confondere fra loro minuti, accenti, apostrofi, virgolette…, segni non così immediati da gestire nelle nuove interfacce di composizione, è pratica passiva assai rozza che induce ambiguità ma non preclude la comprensione che resta per altra via sorretta dal contesto. Non accettabili invece gli usi pretenziosi di formulazioni sofisticate attraverso artificiosi simulacri che già in origine ne contraddicono le ragioni, come appunto i falsi corsivi o i falsi maiuscoletti. Si tratta, in quei casi, di atti di palese ignoranza, già per questo del tutto indesiderabili; a maggior ragione osservando che non di rado vi si trova associata gratuità: difficilmente chi ignori l’uso corretto delle forme dotte si troverà ad operare in ambiti in cui esse avrebbero senso. Se nulla più attengono, perché anche degradale? Vi si unisce superficialità nell’utilizzo di risorse e strumenti, e spregiudicatezza, disprezzo del mestiere, delle produzioni e, non ultimo, dei fruitori. In breve, se nelle fluttuazioni evolutive del codice potrebbe eventualmente accettarsi una fase in cui vi fosse perdita di specificità, modifica di modi e obiettivi, è sempre da bandire ogni forma che induca alla rinfusa nella comunicazione invalidanti contraddizioni di sostanza.
la prospettiva tecnica
Costanti evolutive.
Nell’analizzare la questione è necessario scendere un po’ oltre la fenomenologia di superficie e fare opportuni distinguo. Varrà la pena sgombrare il campo dal dubbio che a determinare la precarietà dello stato attuale possano sussistere ragioni essenziali dipendenti da limiti di natura tecnica e strumentale. Da sempre la comunicazione scrittoria, e grafica nel suo insieme, si è evoluta in simbiosi con il progredire tecnologico, assimilandone assai rapidamente i traguardi e traducendoli in novità formali e di processo. In questo quadro è noto a tutti che la mutazione digitale non abbia primogenitura nel balzo tecnologico, anche se probabilmente costituisce ad oggi l’evento globalmente più rivoluzionario nella storia della scienza e della tecnica. Altre volte, infatti, vi sono state anche nella comunicazione grafica grandiose evoluzioni di derivazione tecnico materiale, su tutte esemplare l’introduzione dei caratteri mobili… Ed ogni volta la nuova acquisizione tecnologica dava inizialmente luogo a produzioni assai perfettibili, se confrontate con quelle tradizionali. Ogni volta, forme e metodologie si affinavano via via, liberando così le evidenti potenzialità in nuce. Dapprima a compiuta imitazione delle forme in corso, ma presto introducendo ulteriore sviluppo e infine determinando un rinnovato status contestuale: vale a dire nuovi processi, nuovi prodotti, ma anche nuovi attori, nuove relazioni, nuove valenze, nuovi equilibri.
In queste dinamiche, estetica, efficenza e cura delle qualità grafiche raramente sono state a priori oggetto di compromesso, viceversa appaiono sempre poste tra gli obiettivi di sviluppo. Detto con un esempio: mai si è rinunciato ad una declinazione semantica, eliso un segno scrittorio o una sua particolarità significante per il sol fatto che risultasse difficile da produrre con la nuova tecnologia; al contrario, si è al più specificata la forma e progressivamente perfezionato il metodo per integrare nei nuovi processi l’intero abaco preesistente di strutture e significanti. Come del resto in altre arti e ambiti, si pensi ad esempio all’architettura, è capitato più volte che alcune soluzioni richiedessero maggiore incubazione, più articolato processo di sviluppo, ma l’elemento tecnologico non si è mai volto a limite espressivo, spesso invece ha costituito spunto per ampliare ed evolvere virtuosamente qualità e significati. È anche vero che nel tempo alcune formulazioni tradizionali hanno avuto modificazioni nell’uso e altre sono state abbandonate, ma appunto per precisa scelta: di stile, di significatività, di opportunità, di espressività, mai per vincolo tecnico. Così è stato ad esempio con il corsivo, in origine d’impiego autonomo poi progressivamente utilizzato quale declinazione complementare; così per la punteggiatura e la varianza di alcune lettere che hanno accompagnato passo passo l’evolversi della lingua; così per filetti, cornici, svolazzi, forme contrastate o morbide, arrotondate o spigolose, robuste o delicate che hanno corrisposto alla propensione stilistica e funzionale del loro tempo.
Oggi, specie ai cultori, piace molto certa matericità discreta e imprecisa, certa patina grezza caratteristica dei primi esempi delle grandi tirature tipografiche. Eppure anche lì ben presto si era giunti ad applicazioni magistrali senza concessioni all’imperfezione. Ed anche per il digitale è stato così: con dinamiche sostanzialmente sovrapponibili ai precedenti storici la nuova natura tecnologica ha determinato un corrispondente rinnovato contesto della comunicazione. Si pensi a quegli iniziali (e iniziatici) simulacri di tipografia prodotta a computer, estremamente limitata, specifica e imperfetta, dove l’espressione era rigidamente condizionata dalla tecnologia, quando l’ASCII Art non era opzione ma unica potenzialità per tentare di spingersi un poco oltre. Anche per quanto riguarda la progressione delle qualità sottili, infatti, si è di nuovo concretizzata una fisiologica latenza rispetto alla velocità di implementazione della nuova tecnologia nel processo produttivo di base. Rapidamente adottata così com’era, si è infine riusciti via via a riprodurre e a volte a superare quanto era già in analogico, finendo oggi a rendere perfino fisicamente «toccabili» quegli oggetti virtuali. Più recentemente anche nel digitale assistiamo di nuovo a certa fascinazione per la connotazione imperfetta di quelli che si potrebbero definire incunaboli digitali, talora ricreati con dovizia e anche con certo impegno, considerata la tessitura all’opposto finissima della tecnologia attuale. Il che equivale appunto a sancire che anche questa volta il ciclo è compiuto, o meglio che si è in fase digitale assolutamente matura, dove quindi qualsivoglia obiezione di limitazione tecnica al contesto espressivo non ha più fondamento.
Specificità digitali.
Strette derivazioni tecnologiche, quali ad esempio certe tipologie di flussi o talune strutture d’interfaccia, costituiscono speciale caratteristica del digitale con parte funzionale attiva e peculiare. Evidente che una determinata configurazione delle opzioni e delle routine procedurali così come l’inevitabile selezione delle viste d’abaco e dei comandi possano indurre oggettivo condizionamento della composizione e più in generale delle formulazioni della comunicazione. D’altra parte, a guardare bene, il vincolo può spesso contenersi a misura parziale e peraltro non obbligata: resta infatti altrettanto oggettiva la differenza fra l’opzionale adesione laconica, passiva, gregaria, elementare... e la fruizione compiuta dello strumento digitale.
Ancor più che nell’apparato applicativo in sé, elementi di particolare specificità sono riscontrabili nella straordinaria concentrazione temporale entro la quale è divampato il salto tecnologico informatico, unita ad un’altrettanto irrefrenabile pervasività: declinazioni del fenomeno del tutto inedite rispetto a quanto accaduto in precedenti contesti evolutivi. Sebbene eccezionalmente espresse, nemmeno queste condizioni sono però sufficienti a dar ragione da sole della speciale singolarità del cambiamento.
Il dato distintivo essenziale, ciò che davvero ha fatto la differenza, è invece la natura sostanzialmente immateriale di questa evoluzione: che traduce il dato fisco in cifra, l’analogico in astrazione descrittiva, il procedimento in algoritmo, la singolarità oggettiva in serie simboliche elementari. Ne è derivato che la sostanza astratta prodotta dalla traduzione digitale della realtà ha trovato campo aperto per riversarsi a sua volta in modo determinante e progressivamente pervasivo anche sulle oggettualità più concrete: su tecniche, strumenti, processi, produzioni... spostando via via il fulcro d’equilibrio verso l’immaterialità. Casi immediatamente riconoscibili... il vinile, le fotografie, le lastre da stampa, i libri, i filmati, ecc. si sono fatti file, oggetti ora nativamente immateriali in cui qualificazione mediale e struttura costitutiva sono in dipendenza di appropriate codifiche astratte. Queste a loro volta trovano sintesi funzionale e identificativa in specifiche estensioni di nome (.aiff, .raw, .ePub, ecc.) al punto di diventarne comunemente sinonimo: dunque un certo contenuto musicale può essere propriamente indicato come mp3, un’immagine come jpg, un’icona con ico, un disegno con svg, un filmato con mp4, ecc.
Visto da altra prospettiva, ci possiamo trovare al cospetto di espressioni analogiche, anche banali, la cui piena valutazione di consistenza richiede indispensabile contributo d’astrazione e, di fatto, non è più gestibile con i soli sensi naturali e le categorie tradizionali dipendenti. Al contempo tale sostanza è costitutivamente sensibile a influenze e deformazioni su piano non analogico, anch’esse in genere del tutto trasparenti al filtro della discriminazione immediata.
È ben noto che contaminazioni, ibridi e mutazioni sono parte costitutiva dei processi di evoluzione; per starvi al passo e coltivare linee virtuose di sviluppo si rende quindi indispensabile rivalutare con costanza ed eventualmente aggiornare in modo opportuno taluni capisaldi acquisiti, mantenere adeguati e pertinenti gli strumenti d’analisi, rinnovare ed evolvere le competenze e le categorie culturali. Lungi dunque dall’essere interpretabile a priori come limite o degenerazione, anche l’attuale rivoluzionata condizione, caratterizzata da specifici risvolti strumentali, operativi ed espressivi, impone di essere compresa dai diversi attori nelle sue speciali caratteristiche, così da essere artefici di sviluppo e non di decadenza, fruitori attivi con pienezza e consapevolezza di termini e non, banalmente, oggetti essi stessi, assuefatti e travolti. Oggi tuttavia l’approccio appare massivamente di opposto segno.
la prospettiva culturale
Tentazioni e tranelli digitali.
Cosa induce a trascurare nell’alfabetizzazione e nella pratica grafica una considerevole nobilissima parte di attrezzi compositivi e scrittori? Cosa, di altri, ne favorisce (sciaguratamente) il fraintendimento fino a snaturarli nel sedimento culturale?
Come anticipato, appare evidente che tale distorto orientamento non sia dipendenza di vincolo tecnico, di una costituzione specificatamente limitativa del contesto materiale, strumentale e delle relazioni, viceversa si delineano con nettezza ragioni essenziali di metodo, in particolare nella formazione delle competenze.
Non ci si stancherà mai di ribadire che nell’era digitale le modalità di acquisizione e di trattamento dei contenuti, accanto a inusitate opportunità, hanno connaturate condizioni di fragilità potenziale non meno significative. Un percorso di accesso alla produzione e alla conoscenza mai come oggi libero, illimitato e potenzialmente democratico che si snoda però fra formidabili mascheratissime voragini di ambiguità, di inesattezza, di parzialità, di precaria autorevolezza, di interessato orientamento... Per gli utenti più attrezzati e rigorosi i molteplici tranelli non sono per nulla obbligati, anzi certamente scampabili proprio grazie alla grandiosa processabilità delle informazioni digitalizzate (acquisizione, identificazione, confronto...). Del resto è regola ben precedente l’era digitale che ogni fonte, ogni dato, ogni esito sperimentale, ogni assunto speculativo, ecc. debba essere verificato con vaglio di competenza specifica e sempre debba ridondare di altrettanto significativi indicatori di affidabilità.
Quanti invece non si curassero di accompagnare alle straordinarie facilitazioni del digitale l’onere, non banale, di un utilizzo formato e consapevole non ne potrebbero trarre che conoscenze e procedure incerte, approssimative e insuperabilmente fallaci, favorendo sviluppi mal diretti. Il «copia incolla» è il paradigma maggiormente esemplificativo di questo secondo approccio, cui in tempi recenti si sta sostituendo l’ancora più sintetico ed esaustivo ricorso a varie forme di elaborazione «creativa» attraverso la cosiddetta intelligenza artificiale: onomastica rinnovata di concetto invero datato. Oh miei cari, avete scoperto copia e collazione? Ma guarda un poco! Seppure, va dato atto, oggi ottenute in processi iterativi e selettivi straordinari di grandiosa portata! Ma siete effettivamente consapevoli di quali sono gli attrezzi con cui impastate la vostra conoscenza e le vostre produzioni? Sapete genericamente qual è la meccanica delle reti neurali, quale l’ambito di un trasformer, di un correlato token, di un pattern statistico applicato al linguaggio? Avete idea di come effettivamente funzioni un LLM (Large Language Model), come ChatGPT per esempio? E quali siano i passi successivi: Self-consistency, Chain-of-Thought, Emergent Reflection via Recursive Self-Query...?
Instillato qui il sano dubbio, va detto che per quanto riguarda l’utente comune — esclusi plagio e frode, che meglio appartengono ad altro ordine di questioni — tali metodologie «produttive», pure giustificate e opportune in talune occorrenze funzionali, appaiono più spesso adottate routinariamente e senza scrupoli quali sorta di indolenti scorciatoie. Non dunque consapevolmente come strumenti ma come mere «facilitazioni». Se condotte in questo modo, avendo come principale riferimento il dato statistico e come esito ineludibile quello imitativo/riflessivo, quand’anche previsionale, esse effettivamente risulteranno confinate e sterili. Elementi non privi di significati, ma non ancorati in sé a veridicità o autorevolezza, ancor meno a potenziali di effettiva creatività. Si fa infatti gran parlare di creatività, quasi ne aleggiasse timore di decadimento, quando invece le tecniche algoritmiche hanno la loro essenziale natura nel binomio analisi/sintesi, che è deduttivo non creativo, ed è solo lì che possono intendersi rivoluzionarie.
È luogo comune equivocare l’intelligenza come entità unitaria, monolitica, logica, sequenziale, meccanicamente analizzabile, quando invece si tratta palesemente di un complesso di combinazioni difficilmente confinabili in una descrizione, specie algoritmica. Il pensiero può prodursi da una successione coerente di altri pensieri, ma svilupparsi anche per accostamento eterogeneo, scaturire per evocazione di sensi o per casualità pura (non randomizzata!). Così è l’atto creativo che eventualmente ne deriva. Vi è grande differenza fra imitare per comprendere e superare, e imitazione come succedaneo, come simulacro, come proiezione che al più evolve se stessa affinando la copia. Il confondimento tra dato maggiormente diffuso e asserzione corrispondente alla realtà e, similmente, tra prassi precostituita e pratica opportuna basta a palesare l’insanabile contraddizione di questo approccio. Ciò è in radice la causa del malanno, la ragione essenziale per cui significato e senso perdono contatto: se così, in generale, la sostanza si diluisce e deforma, in grafica il segno si fa generico e complessivamente le formulazioni si dequalificano e impoveriscono d’identità. Qualora si realizzino le condizioni di questo deprecato status, la comunicazione non può che degradare inesorabilmente, cedendo autenticità nelle sue valenze di memoria e condivisione, di esplicazione e produzione di pensiero.
Sensatezza vs scollamento.
Si è sottolineato come per sua intrinseca propensione il digitale sbilanci fortemente le attività verso la componente immateriale, sul piano percettivo e relazionale, alla grande scala ma anche nelle cose minute; ciò induce operativamente anche la separazione tra il dato naturale effettivo e quello eventualmente concretizzato in modo virtuale, in altre parole tra il complesso fisico e la sua mediata rappresentazione, emulazione ed elaborazione. Vi è dunque necessità che tra i due distinti piani non si generi scollamento, ma che si corrispondano con meccanismi di sintonia puntuali, rigorosi e soprattutto dichiarati. Questa è la prima condizione per il mantenimento della sensatezza, vale a dire della significatività coerente, piena e libera del codice, e della sua autentica aderenza alla realtà analogica. Si pensi ad esempio alle varie rappresentazioni e funzionalità dei cosiddetti metaversi, anch’essi oggi tanto acclamati quanto cosa già vista e sperimentata da tempo. Pure non dovendosi fraintendere la loro consistenza di realtà — immateriale non equivale infatti a «non reale»! —, essi tuttavia restano effettualità traslate, prevedibilmente oniriche e comunque deformate senza scampo. Reali ma non reali! Per quanto alcuni possano pretendere diversamente, alla realtà fisica-analogica siamo invece insuperabilmente vincolati, almeno finché l’essere umano sarà soggetto alla sua primigenia condizione naturale; brutalmente, fintanto avrà fisiologia e orifizi! Ciò a prescindere da qualsivoglia possibile elaborazione parallela, da ogni simulacro, clonazione o virtualizzazione comunque frapposta ai nostri sensi, alla nostra percezione, alla nostra comunicazione. Qui ogni tentativo di scantonamento, ogni introdotto arbitrio, è destinato inesorabilmente a parzialità e a fallimentare falsificazione.
Detto in estrema sintesi, vale ancora il vecchio assunto: il limite non è nella tecnologia ma nella sua eventuale cattiva applicazione.
Approccio virtuoso e malvezzi diffusi.
Emergono dunque delle imprescindibili necessità di metodo, così che il trattamento digitalizzato delle informazioni non sia interpretato delegando intelligenza, controllo e comprensione minuta a dispositivi e processi. All’opposto è questa una straordinaria occasione per estendere le diverse potenzialità relazionali, pratiche e cognitive, attraverso strumenti ad un tempo più potenti e accessibili, che è cosa tutt’opposta a riduzione, approssimazione, semplificazione.
Avendo disponibili senza particolari difficoltà e latenze una quantità quasi sconfinata di informazioni e di opzioni operative, risulta purtroppo abituale e davvero poco sensato vedere invece ridotto l’orizzonte a esiguo e ripetitivo campo d’attingimento, per giunta non sempre ben identificato per specificità e autorevolezza. Ricerche, analisi, elaborazioni, sperimentazioni... che in epoca analogica avrebbero richiesto ingenti oneri in termini economici, di dislocazione fisica, di strumentazione, di tempo... oggi possono condensarsi straordinariamente. Si pensi alla rivoluzionata accessibilità dei dati documentali, alle corrispondenti ricadute d’efficienza, ecologiche, ma anche nella normale prassi. Si considerino le enormi potenzialità d’applicazione di ambienti e metodi di simulazione, i quali vanno in direzione tutt’opposta all’immaginario eminentemente ludico dell’esperienza comune, con potere invece di indirizzare concretamente il futuro, grazie a inusitate valenze di catalizzatori di idee e di processi. Nella fruizione, specie di massa, si osservano invece dominare usi assai limitativi e aderenza a soluzioni preconfezionate e orientate esternamente, benché talora contraddetti da esempi virtuosi anche notevoli, che tuttavia costituiscono eccezione.
Sembra infatti che interpretazione prevalente della rivoluzione informatica sia quale opportunità per far minor fatica, non per fare più e meglio. Mirare all’efficienza non è peccato ma è d’obbligo svelare il fraintendimento, poiché invece tocca ancora che cose buone vogliano impegno e dedizione. Anche se la metodologia è digitale! Anzi, arricchiti di questo ulteriore strato, i diversi ambiti richiedono oggi un combinato di aggiuntivi saperi e specifiche attenzioni; a maggior ragione l’accesso generalizzato alle nuove tecnologie rende quanto mai opportuna una diffusione capillare di questa tipologia di competenze.
gac
- Anche molti dei più evoluti algoritmi di cosiddetta intelligenza artificiale fanno base sulla struttura linguistica benché, in questo secondo caso, si tratti di comparto parziale; li caratterizzano infatti processi mai effettivamente generativi quanto viceversa di selezione/riflessione ancorché oggi straordinariamente ottimizzata. ^rif.
- Si rimanda alla vicenda dei font Multiple Masters (Type1) di Adobe: al Myriad o ai sofisticatissimi master ottici del Jenson, per citare l’esempio più illuminato. Questione già allora non del tutto risolta a causa della sottesa irragionevolezza dell’approccio più ampio: vale a dire la pretesa di congiungere «al volo» i master capisaldi, già molto faticosamente raggiunti, attraverso graduazioni «a piacere» lungo prestabiliti assi tonali e di densità. Tentativo che si è quindi ripreso recentemente, forti dell’arroganza delle potenzialità OpenType, dimenticando di guardare invece indietro nel tempo, osservando la significatività e benefici delle tipizzazioni storiche «isolate». Più vicino a noi verrebbe di citare il Neon, per evocare una diversa sostanza nell’affrontare il tema delle variazioni, e più in prossimità l’Univers, con un’intelligenza ancora diversa, e di nuovo mai sommaria. ^rif.
formazione e rieducazione digitale succ.»