formazione e rieducazione digitale
Rivoluzione digitale: la via grafica
Osservazioni di sintesi
La rivoluzione digitale ancor più che strumenti e funzionalità ha prodotto un’articolazione di veri e propri linguaggi e tipologie di relazione che nei diversi ambiti di pertinenza sono da osservare nella loro componente astratta e concreta congiuntamente. In altre parole, accanto alla sensatezza tecnologica della loro applicazione vi deve essere cognizione di quanto precede, segue ed è eventualmente sotteso.
A chi per contingenza è stato osservatore partecipe del sorgere informatico risulta certamente più facile la discriminazione minuta di meccanismi, schemi e questioni, avendone potuto seguire progressivamente le introduzioni, i vari passaggi evolutivi e le diverse selezioni. In genere anche in ambienti oggi molto condizionati riconosce con immediatezza le strutture fondamentali, individua i pattern ricorrenti e gli ordini funzionali, così come è in grado di svelare la filosofia e l’orientamento dei processi, gli obiettivi dichiarati e quelli impliciti.
Oggi, viceversa, una troppo vasta generalità di utenti, priva di memoria esperienziale e assente formazione strutturata, trovandosi ad armeggiare in ambienti «di consumo» ormai evoluti e interfacce largamente preordinate e parziali è improbabile possa essere in grado di cogliere, per solo intuito, quanta sia la componente invisibile e quanto risulti semplificato, taciuto o eliso. Come il leggere un’opera in edizione ridotta: inaccessibile la consistenza effettiva tantomeno la possibilità di tramandarne il complesso autentico, arduo poterne evolverne valori e significati. In simile diminuita condizione, sapere e controllo restano d’evidenza filtrati all’accesso comune, generandosi uno stato di cose i cui potenziali malanni, all’opposto, risultano assai poco mitigati e confinabili.
Sarebbe vuotamente ottimistico sperare che tale assetto possa correggersi per autonoma selezione, sorta di evoluzione naturale; perlomeno in tempi ragionevolmente prevedibili e senza lo scotto di gravosi lasciti. Oggi potrebbe dunque considerarsi quantomai opportuno favorire una riappropriazione di consapevolezza rispetto alla base tecnologica della digitalizzazione, alle sue potenziali valenze e criticità, che consenta alla società diffusa di uscire dalla passività anche nelle funzioni comuni e routinarie, e riprendere capacità di effettiva discriminazione delle opzioni in campo e di ricerca di eventuali alternative.
Per dare avvio al processo quale sede più indicata se non quella formativa? Ai diversi livelli, dove costruire le basi culturali e rendere concreto il nuovo approccio: definire il presente, guardando indietro di un passo e avanti di due. Progressività, pienezza e trasparenza possono allora essere ad un tempo obiettivi e metodi.
Caso personale, ad esempio, l’aver avuto modo di osservare da molto vicino la composizione tipografica analogica in altissima declinazione professionale (attività oggi pressoché estinta), si è tradotto in una aumentata consapevolezza nel trattamento delle fisionomie, delle metriche e dei testi digitali. Una crenatura, un bianco di spalla, un capolettera, l’articolatissima spaziatura delle righe in giustezza, ecc. hanno acquistato una concretezza diversa. Di più, aver potuto assistere alla loro progressiva traduzione tecnologica, via via affinata nei mezzi fino al digitale di ultima generazione, mi consente di non trovarmi condotto dall’applicazione ma di condurla, di non essere orientato nei risultati ma di giungere ad un esito progettato con visione ampia, eventualmente innovare ma con libertà.
Questa stessa potenzialità potrà essere ancora possibile per altri in divenire fintanto che si riuscirà a conservare piena cultura disciplinare, anche quando i piombi tipografici diverranno meri reperti.
Perché potrebbe aver senso partire dalla grafica?
Tra gli ambiti in cui la rivoluzione digitale si è manifestata con maggiore evidenza vi è certamente quello della comunicazione grafica, intesa come trattamento e mediazione delle informazioni attraverso canali a significativa componente visuale: alfabetica, iconografica, multimediale. Qui più che altrove la nuova tecnologia ha indotto l’evoluzione di strumenti immediati di elaborazione e di interazione, rendendoli disponibili all’accesso di massa. È mancato tuttavia altrettanto sviluppo nella preparazione di contorno per qualificarne adeguatamente la fruizione. Vi si ritrovano dunque i tratti paradigmatici della digitalizzazione diffusa compulsivamente e con superficialità. Il contrasto è reso particolarmente evidente poiché per varie ragioni il comparto si è sempre presentato molto attivo, prolifico e accattivante. L’utente, infatti, acquisisce in breve l’impressione, in genere assolutamente fallace, di dominare la materia fin nelle più ricercate sfaccettature e di sapervi esprimere, senza ulteriore apporto, grande creatività di forma e contenuti. False certezze indotte generalmente da schemi gerarchici di opzioni pronte, sinteticamente appuntate in interfaccia, che erroneamente si è portati a credere punti di arrivo, di precisazione, di rifinitura, ma che in realtà sono soglie d’accesso ad ambiti complessi della disciplina: si pensi solo alla gestione stilistica delle fisionomie, oppure alla metrica, o ancora ad allineamenti e spaziature. Con poche cliccate ci si illude di poter fare tutto, e di norma si fa tutto… un disastro. Si sono dunque prodotte e sovrapposte marcate distonie ora confluite in prassi, condizione ardua da correggere ed evolvere. Il problema non attiene gli impieghi effettivamente competenti, che nel nuovo mezzo hanno invece trovato benefico incremento di opportunità, quanto la quota, sproporzionatamente maggioritaria, degli usi passivi e arrangiati che di fatto perpetua e calcifica malvezzi dissennati e deleteri.
Proprio questa stessa attrattività di metodi espressivi e di canali di relazione, causa essenziale della pervasività del contagio, potrebbe invece essere volta in senso opposto, quale aggancio formidabile per rendere coinvolgente l’apprendimento di competenze e modalità corrette, innescando allo stesso tempo un circolo virtuoso di buoni flussi di comunicazione. Si potrebbe obiettare che, seppure localizzati, qualitativi esempi cui guardare non sono mai venuti meno alla comune disponibilità, e ciò in tutte le disparate declinazioni dell’ambito grafico: dall’editoria cartacea agli allestimenti, dal web alla multimedialità, ecc. Decisive lacune di preparazione nella incrementata quota di attori hanno però determinato una sorta di trasparenza delle specificità migliori, rendendole di fatto indistinguibili; né la loro soccombente proporzione ha giovato a fissare prevalenza di quei virtuosi riferimenti, in altre parole a fare consuete le buone prassi e le buone esperienze visive. In ragione di ciò esse non sono solo da sostenere e da produrre, ma anche da indicare e motivare espressamente, in special modo là dove è presumibile vi sia maggiore substrato recettivo.
Detta così potrebbe sembrare enunciazione assai generale e inconcludente. In realtà chiunque abbia cognizione di merito vi potrà vedere riassunta una linea operativa chiaramente indirizzata e concretamente applicabile, forse l’unica possibile. D’altra parte il presente intervento non ha pretesa di condensare in microsaggio estese basi disciplinari, che richiederebbero ben altra scala e contesto divulgativo. Se mai l’intento è di suggerire a platea allargata un quadro d’analisi a buona risoluzione, così che almeno ne si possa trarre qualche linea di salvaguardia per evitare di fraintendere come sviluppo ciò che viceversa costituisce involuzione. Prima fra tutte non è infatti la questione tecnica stretta, quanto invece una competente visione prospettica.
a conclusione...
Giunti qui, la domanda iniziale con cui qualche intervento fa si apriva la serie di questo «piccolosaggio» — Ha senso indignarsi per un pessimo (tentativo di) maiuscolo/maiuscoletto? — ora potrebbe forse essere riformulata così: ha senso reagire a... pensieri, parole, opere, omissioni... che orientano all’impoverimento della consapevolezza culturale, e quindi in ultima analisi risultano di pregiudizio alla coscienza del contesto e di sé? Dipende dal pulpito, verrebbe da dire... Nella domanda è la risposta.
Dunque, senza pretesa di nulla, non resta forse che disseminare tracce e corroborare sostanza, abbandonandola al tempo, perché come è già stato, menti rinnovate possano trovarne ispirazione e risposte, quando sarà per ciò che sarà. Quello il loro compito, questo (qui) il nostro.
gac
«prec. formazione e rieducazione digitale